Povertà: cresce l’esercito dei “disperati”, dall’Italia agli Usa il fenomeno è in aumento

Sempre più persone fanno la fila alle mense della Caritas, segnale allarmante che le politiche fallimentari dei governi non colgono.

Roma – I poveri sempre più dannati: crescono livore e avversione nei loro confronti. E’ diventato consueto, purtroppo, l’aumento delle persone che fanno la fila alle mense della “Caritas”, perché cadute in stato di indigenza economica. Ci si è talmente assuefatti a queste immagini, che quasi non ci si fa più caso. Anzi, nell’aria si sente uno stantio odore di avversione verso ‘sti poveri cristi. Sarà perché, come recita un antico proverbio cinese: “La felicità è sempre soggetta all’invidia. La sola miseria non è invidiata da nessuno”.

O come scriveva lo scrittore francese Albert Camus: “Il tempo perduto è recuperabile solo dai ricchi. Per i poveri restano le orme vaghe del cammino della morte”. Sta di fatto che nei confronti di coloro che hanno bisogno, non viene avvertiva l’esigenza di aiutarli, ma considerati persone che anzi se la sono cercata, nullafacenti che vogliono vivere alle spalle della società. Si è verificato un cambiamento del sentimento pubblico. Mentre la ricchezza viene esibita con orgoglio e sfarzo, i diseredati, gli emarginati, i miserabili vengono considerati dei reietti. Questo aspetto è più palese quando la povertà è “percepita” e non un dato reale.

Questa dualità è stata constatata già nel 2005 dall’allora “Ministero del Lavoro” nel rapporto annuale sulle condizioni delle famiglie italiane, in cui emerse, in contrasto con la realtà, che ci si sentiva più poveri al Nord che al Sud, che è stato, nei fatti, sempre meno sviluppato e quindi più povero. Da allora, secondo l’Istat la situazione non è certo migliorata, a dimostrazione delle politiche fallimentari dei governi che si sono succeduti. Quasi come se si fosse passati dalla guerra alla povertà, tanto strombazzata dai governi, alla guerra ai poveri. Il tanto esaltato dai 5Stelle “reddito di cittadinanza” non ha dato i risultati sperati.

Non tanto per una questione di principio, ma per l’atavica carenza di controllo da parte degli enti deputati, per cui ci sono stati percettori che non ne avevano diritto, altri che con furbizia oltre al reddito lavoravano pure in nero. Il fatto è che non si vedono all’orizzonte serie politiche redistributive e la non approvazione legislativa del cosiddetto “salario minimo” ne è la conferma. Né ci si può consolare coll’antico motto “Se Atene piange, Sparta non ride”. Nel senso che anche nel resto dell’Occidente il tempo volge a tempesta. I dati, infatti, sono drammatici. Negli USA più dell’11% della popolazione vive con meno di 900 dollari al mese.

Gli “homeless”, come sono definiti i senzatetto, nel 2023 erano quasi 600 mila. In Francia, malgrado le promesse del presidente Macron, che alle elezioni del 2017 dichiarò: “nessun francese dovrà dormire per strada”, ad oggi le persone prive di domicilio sono più che raddoppiate. Nell’ultimo ventennio, nei maggiori paesi occidentali, il welfare state si è indebolito, con tagli alla sanità, istruzione e lavoro. Si sta passando dal welfare state a quello che molti studiosi hanno definito “workfare”.

Ovvero, in politiche di welfare in cui la collettività non gode di vantaggi, sicurezza sociale e cura comune a tutti i cittadini, ma ognuno riceve un programma personale al momento del contratto di lavoro, legando a questa condizione la possibilità di ricevere servizi basilari. Gli altri, possono pure crepare! La grande truffa, passata sotto silenzio e con l’acquiescenza dei mass media mainstream, è stata l’idea che non esiste la povertà, ma i poveri. Come se non ci fosse un legame tra la condizione e chi ne è vittima. E intanto l’esercito dei disperati cresce a dismisura, sempre più maltrattati e vilipesi, lebbrosi e puzzolenti da scacciare come cani rognosi. Danno fastidio e pretendono aiuto senza fare nulla!  

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