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Pestaggio choc nel carcere di Reggio Emilia, lo “sdegno” della politica.

In arrivo un’ispezione del Garante per verificare i fatti e il loro contesto. Nordio e Piantedosi “Inaccettabile e indegno”.

Roma – Immagini “inaccettabili” che nel governo provocano “sdegno”. A poche ore di distanza dalla diffusione del video dello scorso aprile, dove sono documentate torture su un detenuto nel carcere di Reggio Emilia, un 43enne tunisino, arrivano gli accertamenti e l’annuncio di ispezioni da parte del Garante nazionale dei detenuti sull’intero istituto detentivo. Oltre i confini dell’inchiesta, si punterà ad approfondire le circostanze e il contesto complessivo in cui è emerso quell’episodio. Ci sarà quindi un’ampia verifica per capire quali siano le condizioni di detenzione nei bracci e in quelle celle, per eliminare qualsiasi dubbio su eventuali altri casi, anche futuri.

A permettere la ricostruzione di quanto avvenuto erano state proprio le telecamere dell’amministrazione penitenziaria e l’indagine è stata svolta dal nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria. A luglio il Gip ha poi emesso un’ordinanza di interdizione dal servizio per dieci indagati sulla vicenda mentre il prossimo 14 marzo gli stessi si troveranno in udienza preliminare: otto rispondono di tortura e in più uno di questi, con altri due, per aver attestato il falso nelle relazioni di servizio successive al fatto.

Una scena da “Arancia Meccanica” : il detenuto viene trascinato da un gruppo di guardie penitenziarie. La sua testa è coperta da una federa bianca, e gli agenti lo colpiscono ripetutamente mentre è in piedi. Poi lo scaraventano a terra. I pugni arrivano da mani avvolte in guanti neri, sembrano di pelle, mentre qualcuno tira il tessuto bianco da dietro, a stringere il fiato. In una fase successiva del video l’uomo viene trasportato verso la cella, sollevato da terra, parallelo al pavimento. Non ha più i pantaloni. Le divise blu gli scoprono la testa e lo buttano dentro. Poco più tardi da sotto la porta di ferro scorrerà il sangue, andando a formare una pozza.

Le immagini choc riprese dalle telecamere

“Provo sdegno e dolore, sono immagini indegne per uno Stato democratico. L’amministrazione penitenziaria tutta è la prima ad auspicare che si faccia luce fino in fondo sulla vicenda: siamo impegnati a garantire la legalità in ogni angolo di ogni istituto”, ha commentato il Guardasigilli Carlo Nordio – al quale il Pd ha chiesto di riferire alle Camere sul caso – mentre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aggiunge: “non sono cose accettabili. Ogni volta che una persona è ristretta, sotto la vigilanza di organi dello Stato, deve essere assicurata la dignità dell’individuo in modo duplice rispetto alle normali condizioni”.

A descrivere “gravi situazioni” nel carcere di Reggio Emilia è poi la senatrice Ilaria Cucchi, che ha visitato l’istituto la scorsa primavera, proprio a seguito della segnalazione di quel caso: “Lì ci sono diverse criticità, durante la mia ispezione ho trovato detenuti in condizioni disumane: alcuni con i propri escrementi nella stessa cella. Il problema in genere riguarda i nuovi arrivi, quelli maggiormente esposti anche al rischio di suicidio”. Del tema caldissimo dello stato delle carceri si è interessato in queste ore anche il capo dello Stato,preoccupato” per il fenomeno del sovraffollamento e per le morti in cella.

La situazione insostenibile era stata descritta solo qualche giorno fa in Commissione giustizia anche dallo stesso capo del Dap, Giovanni Russo, il quale ha parlato dell’incremento di circa 400 detenuti in più ogni mese e ha annunciato una serie di interventi, dall’edilizia carceraria agli accordi bilaterali, disposti dal ministero della Giustizia. Resta delicata la questione della gestione della salute mentale e il fenomeno dei suicidi in cella (già 16 dall’inizio dell’anno): “C’è bisogno di un approccio totalmente diverso, non è sufficiente una valutazione medico psicologica di primo ingresso – ha spiegato Russo – . Abbiamo pochi psicologi e pochissimi psichiatri. Le risorse sono limitate e non c’è un’inversione di tendenza all’orizzonte sul tema”.

Il ministro Piantedosi

Oltre le reazioni della politica, resta la storia agghiacciante che ha il volto non solo del detenuto tunisino ma di quanti soffrono dietro le sbarre. Paura, ma insieme alla convinzione di aver subito un’ingiustizia e alla volontà di denunciare quanto accaduto. C’è tutto questo nella querela che il 7 aprile presentata alla Procura di Reggio Emilia dal 43enne vittima del pestaggio. “E’ stato un lungo momento di terrore puro, in cui ho pensato che non avrebbero mai smesso“, ha raccontato il tunisino nella denuncia, assistito dall’avvocato Luca Sebastiani. “Ho esposto al mio avvocato – ha proseguito – la mia ferma volontà di denunciare l’accaduto, perché come io sto pagando per gli errori che ho fatto, è giusto che chi mi ha picchiato, approfittando
del mio stato detentivo e della circostanza che fossi ammanettato e in minoranza, risponda legalmente di ciò che ha fatto”.

Il racconto del terrore prosegue nei particolari: “Sono consapevole dei rischi che posso correre denunciando tutto questo proprio mentre sono nello stesso carcere, ma non è giusto quello che è successo. Devo ammettere di avere molta paura che possa risuccedere, anche perché quello che è accaduto quel giorno e
quello che ho provato non lo dimenticherò mai. In queste notti non riesco a dormire perché ripenso a quanta paura ho avuto di morire e a tutta quella forza e violenza che è stata usata nei miei confronti mentre ero a terra e ammanettato”. Un racconto puntuale e circostanziato.

Quel giorno era stato portato a colloquio dalla direttrice del carcere per vicende disciplinari derivate dal luogo in cui era detenuto in precedenza. All’uscita, è stato accerchiato da una decina di agenti, “i quali mi hanno messo qualcosa in faccia per coprirmi lo sguardo, credo un sacchetto”: in realtà era un federa. Poi
“mi hanno buttato pancia e viso a terra, bloccato le mani dietro alla schiena e iniziato a colpirmi con pugni e quant’altro il viso e il corpo. Mi hanno anche strappato i vestiti”. Quando hanno smesso lo hanno portato in isolamento, dove ha chiesto più volte di essere visitato, invano. “Per questo, non avendo altre possibilità”, ha iniziato a ferirsi, perdendo sangue e attirando dopo un’ora l’attenzione di un medico che insieme a un altro detenuto lo ha portato infermeria.  

Le difese dei dieci agenti imputati, nel frattempo, fanno sapere: “Rispetto alla pubblicazione del video, che riteniamo possa essere avvenuta contra legem, stiamo valutando la presentazione di un esposto alla procura. Tale divulgazione senza dubbio nuoce al processo e alle garanzie difensive. I processi si celebrano infatti nelle aule e non altrove”, chiosano gli avvocati Federico de Belvis, Nicola Tria e Alessandro Conti. Mentre dai sindacati di polizia penitenziaria scuotono la testa: “Siamo rimasti sconcertati – dichiara Gennarino De Fazio, segretario generale Uilpa polizia penitenziaria –. Non si può neppure parlare di poche o tante ‘mele marce’, ciò che è palesemente marcio è il sistema carcerario e tende a far marcire tutto ciò che vi è dentro”.

Lo stesso riferimento a un cortocircuito del sistema arriva dal Sappe: “Il detenuto aveva già ricevuto circa 30 procedimenti disciplinari. Ogni giorno si contano tra i poliziotti feriti, anche gravi. Ciò non giustifica eventuali eccessi, ma quando si lavora in un clima di violenza quotidiana, l’esasperazione può portare a gesti inconsulti“, affermano il segretario generale aggiunto Giovanni Battista Durante e Francesco Campobasso, segretario nazionale.

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