Parità salariale? In Italia come l’Araba Fenice

Assieme a Lettonia, Bulgaria e Estonia il Bel Paese non mostra un particolare interesse sull’argomento, men che meno voglia di adeguarsi alle norme europee.

La trasparenza retributiva sarà davvero attuata? Il 7/06/2026 entrerà in vigore la direttiva europea 90/2023 sulla trasparenza salariale. Le aziende con oltre 100 dipendenti dovranno dare informazioni pubbliche sulle retribuzioni dei lavoratori. Lo scopo è la “parità di retribuzione per parità di lavoro”, ancora lontana da essere realizzata in molti Paesi europei.

Secondo il puntuale ufficio statistico europeo Eurostat gli stipendi femminili sono più bassi del 12% rispetto a quelli maschili. Non tutti gli Stati sono partiti nelle stesse condizioni, così come si differenziano le modalità di adattarsi alla nuova direttiva. L’aspetto economico, compresa la parità di salario, incide non poco sulla parità di genere. Questa constatazione è stata verificata nel Regno Unito, dove la pubblicazione sulla trasparenza salariale è in vigore da qualche anno.

Ebbene il gender gap è in netto calo e, generalmente, più basso rispetto al resto d’Europa. Il quadro europeo è molto composito. Ci sono Paesi che sono in fase avanzata, altri che hanno il fiatone, altri ancora hanno mostrato indifferenza. Poi esistono le eccezioni positive come la Danimarca, dove la legge stabilisce la parità retributiva delle imprese e l’assunzione di personale femminile è incentivata. In Austria, invece, pur non essendoci una legge quadro ci sono, comunque, una serie di norme per la parità salariale, compreso il salario minimo applicare.

Anche la Francia sembra sulla “retta via” con una bozza di legge sulla scia della direttiva europea, secondo cui le imprese dovranno attenersi al principio della “parità di retribuzione per parità di valore”. Se in questi Paesi si è in fase avanzata nell’adattarsi alla direttiva europea, ce ne sono altri che arrancano per una serie di cause. Fra questi la Germania, vista sempre come punto di riferimento per efficacia e puntualità, su quest’argomento ha manifestato molti ritardi.

Secondo gli analisti l’immobilismo teutonico potrebbe essere spiegato con le priorità di altre situazioni, quali l’immigrazione, lo stato di salute dell’industria nazionale e quello delle pensioni, nodo cruciale per molti Paesi. Chi sembra vivere in una condizione di “siesta” perenne è la Spagna, dove le aziende ancora non hanno presentato nessun piano di revisione dei propri modelli retributivi. Inoltre ci sono Stati che pare non siano interessati ad alcun progetto per rispettare la direttiva europea.

L’Italia pare non mostri interesse nei riguardi del problema della parità salariale…

Tra questi Lettonia, Bulgaria, Estonia e…Italia (su cui non si nutrivano dubbi). In mezzo al guado si trova il Portogallo. Nel senso che pur in mancanza di una vera legislazione al riguardo, esistono, tuttavia, delle norme cheimpongono ai datori di lavoro di trasmettere i dati sulla parità dei salari alle autorità. Belgio e Paesi Bassi rappresentano due casi singolari, diversi tra loro, che li costringeranno a posticipare la data per adeguarsi alla direttiva europea. In Belgio, pare, il rinvio sia determinato dalla presenza di aspetti non risolvibili in tempi brevi, almeno non nella data di scadenza.

I Paesi Bassi, pur essendo in ritardo, hanno, comunque posticipato la data per l’entrata in vigore al 1° gennaio 2027. In realtà era stato pubblicato il testo per attivare un processo di adesione alle norme europee. Ma lo stallo è stato provocato dalla crisi politica nazionale con la caduta del governo in carica, che ha interrotto il processo attuativo. Comunque le aziende con oltre 150 dipendenti, dovranno prepararsi alla novità per tempo. Si spera che tutti gli Stati, i più virtuosi, gli stazionari e i ritardatari alla fine della fiera riescano a raggiungere l’obiettivo.

Perché la parità salariale a parità di lavoro dovrebbe essere un esito logico, scontato, naturale. Senza tentennamenti e infingimenti!