Gianluca Soncin parla per la prima volta al processo. La madre della vittima gela l’aula: “Parole di plastica, respinte al mittente”.
Milano – C’è un silenzio irreale nell’aula della Corte d’Assise quando l’uomo seduto accanto ai suoi avvocati si alza in piedi, stringe un foglietto scritto a mano e comincia a leggere a voce bassa, in un sussurro monocorde. Per la prima volta, a quasi un anno dal delitto, Gianluca Soncin parla. E lo fa per chiedere scusa alla famiglia di Pamela Genini, la fidanzata 29enne che ha ucciso con 76 coltellate la sera del 14 ottobre 2025.
“In questo momento di grande dolore e profonda tristezza porgo le mie scuse alla famiglia di Pamela”, ha dichiarato il 52enne. “So che il perdono non si può pretendere. Comprendo il peso delle mie azioni e il ricordo di Pamela resterà indelebile nei nostri cuori. Non mi resta che assumermi fino in fondo le conseguenze per il dolore che ho causato con senso di responsabilità”, ha aggiunto. Poi è tornato a sedersi, in prima fila, accanto ai legali.
Una sorta di confessione, pronunciata nella terza udienza del processo con rito immediato che si celebra a Milano. L’accusa per Soncin è pesantissima: omicidio pluriaggravato da premeditazione, crudeltà, futili motivi e relazione affettiva.
Quella sera, dopo essersi procurato un doppione delle chiavi, l’imprenditore fece irruzione nell’appartamento di lei in via Iglesias, nel quartiere Gorla, periferia milanese. Mentre Pamela era al telefono con l’ex, Francesco Dolci, l’avrebbe colpita con 76 fendenti, prima sul terrazzino e poi in casa. La giovane, trascinata per i capelli, lo implorò di non ucciderla.

Ma le scuse dell’imputato si sono infrante contro il muro del dolore della famiglia. “Respinte al mittente. Sono parole di plastica, insignificanti che non tolgono nulla”, ha tagliato corto l’avvocato Nicodemo Gentile, legale della madre Uma Smirnova. “Sono molto tardive. Doveva accettare quelle scuse che Pamela gli faceva, quando lui la trascinava per i capelli sul balcone. Là si doveva fermare”, ha sottolineato.
Ancora più dura la sorella, Veronica Genini: “Non accettiamo nessuna scusa, vogliamo l’ergastolo, nessuno sconto di pena. Deve vergognarsi di stare al mondo”.
In aula, intanto, è andata in scena la ricostruzione dell’orrore: le immagini del massacro proiettate in un’aula ammutolita, il corpo della ragazza riverso in una pozza di sangue, i segni della colluttazione. Durante la proiezione Soncin è rimasto impassibile. I soccorritori del 118 hanno raccontato di aver praticato per 30 minuti le manovre di rianimazione, inutilmente: Pamela è morta nella sua casa.
Sullo sfondo, la strategia della difesa (gli avvocati Pietro Sartori e Simona Luceri) che punta a smontare l’aggravante della premeditazione: l’orario d’arrivo, i dispositivi della vittima, persino le pantofole ai piedi dell’imputato e una ferita al collo evocata come possibile segno di legittima difesa. Il processo prosegue.



