Diciassette vittime in appena sette mesi, scelte quasi sempre a caso. Confessò ogni delitto e morì di Covid in cella, senza un vero pentimento.
Genova – C’è un volto, nella storia nera d’Italia, che ancora oggi gela il sangue: quello mite e insospettabile di Donato Bilancia, l’uomo schivo che per sette mesi si trasformò in un’implacabile macchina di morte. Tra l’ottobre del 1997 e l’aprile del 1998, lungo l’asse ferroviario che unisce Genova alla Riviera di Ponente, questo giocatore d’azzardo fallito e solitario uccise diciassette persone, scegliendole quasi sempre a caso e freddandole con una lucidità che sgomentò gli inquirenti. Un incubo lungo un inverno, che gli valse i soprannomi sinistri di “mostro dei treni” e “mostro della Liguria”.
Nato a Potenza nel 1951 e cresciuto a Genova, Bilancia era un figlio della solitudine e dell’umiliazione. Un’infanzia segnata dai dileggi dei genitori, una vita adulta divorata dal gioco d’azzardo, dai debiti e dai piccoli furti. Nel 1987 il colpo che lo spezzò per sempre: il suicidio del fratello Michele, gettatosi sotto un treno con in braccio il figlioletto di quattro anni. Da lì, una rabbia latente pronta a esplodere.
La scintilla scoccò in una bisca clandestina, quando scoprì di essere stato truffato e deriso da due biscazzieri. La vendetta fu feroce: il 16 ottobre 1997 soffocò nel sonno Giorgio Centanaro, pochi giorni dopo freddò a colpi di pistola l’ex amico Maurizio Parenti e la giovane moglie. Ma, consumata la rappresaglia, dentro di lui scattò qualcosa di incomprensibile: non riuscì più a fermarsi.
Da allora colpì senza uno schema, con ferocia cieca. Caddero cambiavalute e orefici uccisi per denaro, poi le prostitute, caricate in auto e giustiziate lungo la costa. Infine l’orrore sui treni regionali: l’infermiera milanese Elisabetta Zoppetti, inseguita nel bagno di un vagone, e la babysitter Maria Angela Rubino. La Liguria piombò nel panico, al punto che la Procura di Genova invitò i viaggiatori a non salire mai soli sui convogli.

A tradirlo fu un dettaglio banale: le multe autostradali accumulate con la sua Mercedes nera, che insospettirono il conoscente che gliel’aveva venduta. Gli investigatori organizzarono la trappola e, dal DNA lasciato su una tazzina da caffè e su alcuni mozziconi di sigaretta, arrivò la prova schiacciante. Donato Bilancia fu arrestato il 6 maggio 1998 e, pochi giorni dopo, confessò ogni singolo delitto.
Condannato a tredici ergastoli, trascorse ventidue anni dietro le sbarre, dove conquistò perfino un diploma e una laurea. Non mostrò mai un vero pentimento, ma al suo confessore, don Marco Pozza, affidò parole rimaste celebri: “Andrò all’inferno, ma chiederò a Dio un attimo per chiedere scusa alle vittime”. Il 17 dicembre 2020 il Covid lo ha stroncato nel carcere di Padova, a 69 anni, portando con sé le domande mai risolte sul perché di tanto orrore.



