Dal 1790 al Piano di Assetto Idrogeologico del 2022: allarmi ignorati, prevenzione rinviata e responsabilità che oggi tornano al centro di un’inchiesta per disastro colposo.
Niscemi – Sotto il municipio gridano “Vergogna!” e fanno i nomi: Cuffaro, Lombardo, Crocetta, Musumeci, Schifani. Cinque presidenti della Regione Sicilia che si sono succeduti dal 1997 a oggi mentre la collina di Niscemi continuava a scivolare verso la piana di Gela. Ventinove anni dopo la prima grande frana, 1.606 persone sono di nuovo sfollate, le case crollano o restano sospese sul precipizio e, stavolta, c’è chi chiede conto di decenni di inerzia istituzionale.
Le donne del comitato “No Frana – Sì Case Subito”, guidate da Maria Fidone, hanno accolto il governatore Renato Schifani con una contestazione durissima. Perché a Niscemi la memoria è lunga. Troppo lunga per credere ancora alle promesse. La Procura di Gela ha aperto un’inchiesta per disastro colposo che il procuratore Salvatore Vella assicura sarà senza sconti: “Non guarderemo in faccia a nessuno. L’indagine risalirà fino al 1997 per capire se potevano essere adottate contromisure e non è stato fatto”.

Ma le responsabilità non sono solo della Regione. A Niscemi il disastro è anche figlio di un sistema clientelare fatto di condoni edilizi, abusivismo tollerato e incuria comunale. Gran parte delle case del centro storico è stata edificata con mattoni gialli fatti della stessa argilla friabile che compone la frana: abitazioni strette, costruite senza autorizzazioni né accorgimenti antisismici. Dopo la frana del 1997, anziché demolire, molte di queste costruzioni abusive furono condonate e inserite nel Piano regolatore generale approvato nel 2009. Un condono che ha cristallizzato un centro abitato costruito in zone a rischio idrogeologico elevatissimo.
Ancora più grave: la frana è alimentata dai liquami urbani. Un tubo fognario rotto lungo la Strada Provinciale 12 riversa da tempo reflui direttamente sul terreno, erodendo la collina dall’interno. E lungo i canaloni naturali sono presenti diverse discariche abusive. Il dissesto del suolo e sottosuolo di Niscemi non è solo questione di piogge intense: è il risultato di scarichi incontrollati, fognature inadeguate, rifiuti abbandonati.
Al centro dello scontro politico c’è un Piano di Assetto Idrogeologico del 2022 firmato dall’allora presidente Nello Musumeci, oggi ministro della Protezione Civile. Il deputato regionale Ismaele La Vardera lo ha portato all’Assemblea Regionale mostrando come quel documento descrivesse con precisione “processi morfologici intensi” e “movimenti ancora attivi” proprio sul versante occidentale di Niscemi. “Musumeci sapeva nel 2022, poi lascia la presidenza e diventa ministro della Protezione Civile. Ma dopo quel documento non è stato fatto nulla”, attacca La Vardera. Il ministro si difende sostenendo che, nei cinque anni da governatore, il Comune di Niscemi non ha mai sollevato il problema. Una versione che il deputato respinge come “falsa”, annunciando una richiesta di commissione d’inchiesta parlamentare insieme al deputato di Alleanza Verdi-Sinistra Angelo Bonelli.

Ma la responsabilità politica non si ferma all’ultimo governatore. E non potrebbe. I manifestanti sotto il municipio hanno scandito tutti i nomi: Salvatore Cuffaro (presidente dal 2001 al 2008), Raffaele Lombardo (2008-2012), Rosario Crocetta (2012-2017), lo stesso Musumeci (2017-2022) e ora Schifani. Cinque amministrazioni regionali che si sono alternate mentre Niscemi aspettava invano gli interventi di messa in sicurezza promessi dopo il 1997.
Crocetta, in particolare, aveva ereditato l’emergenza nel pieno del suo quinquennio, ma gli interventi rimasero sulla carta. Il suo mandato coincise con una fase di stallo totale: nessuna opera di consolidamento venne realizzata, mentre il territorio continuava a franare impercettibilmente.
La verità è che Niscemi frana dal 1790. Lo raccontava già l’archeologo Saverio Landolina Nava in un libro del 1792, descrivendo otto giorni di movimento tellurico che miracolosamente non fecero vittime. Poi di nuovo nel 1997, quando il sottosegretario alla Protezione Civile Franco Barberi parlò di “ordinaria malamministrazione in una zona sottoposta a vincolo geologico”. Furono evacuate mille persone, demolite 48 case e la settecentesca chiesa di Sante Croci. Lo stato d’emergenza venne prorogato fino al 2007. Tuccio D’Urso, allora responsabile della protezione civile regionale, ricorda: “Era chiarissimo che servivano due cose urgenti: allontanare chi viveva nelle zone pericolose e costruire un sistema fognario adeguato. Ma passata l’emergenza, si bloccò tutto”.
Oggi la frana si estende per quattro chilometri con un fronte che avanza inesorabilmente. Il capo della Protezione Civile, Fabio Ciciliano, non dà false speranze: “Chi ha la casa sulla frana non rientrerà mai più”. Le abitazioni entro 50 metri dal margine dovranno essere demolite, se a breve non ci penserà la frana stessa a farlo.

Schifani promette che “nessuno perderà la casa” e annuncia 100 milioni di fondi regionali. Ma l’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato a scrutinio segreto – con voti anche della maggioranza di centrodestra – un ordine del giorno che chiede di dirottare 1,3 miliardi destinati al Ponte sullo Stretto per l’emergenza maltempo. Una proposta che riapre la frattura politica tra chi vuole l’opera e chi la considera “propaganda mentre i territori franano”, come dice Angelo Bonelli.
Intanto emerge un dato inquietante: la struttura commissariale contro il dissesto idrogeologico di Niscemi, istituita dopo il 1997, non è mai stata attivata dal Comune. E dei 46 progetti finanziati col PNRR per il contrasto al dissesto idrogeologico in Sicilia, nessuno riguarda Niscemi.
La premier Giorgia Meloni ha sorvolato in elicottero la zona promettendo che quanto accaduto nel 1997 non si ripeterà: “il governo agirà in maniera celere”. Sono le stesse parole che gli abitanti di Niscemi sentono da 29 anni. Stavolta però c’è un’inchiesta della Procura e la richiesta di una commissione parlamentare d’inchiesta. Forse, finalmente, qualcuno dovrà rispondere delle proprie inerzie. Ma non solo.