Nada Cella uccisa per “gelosia in un dolo d’impeto”

Nelle 229 pagine della sentenza della Corte d’Assise emerge il ritratto di una donna consumata da frustrazioni e ossessioni: nessuna premeditazione, ma un impulso devastante costato la vita alla giovane segretaria.

Chiavari – Aveva 24 anni, un lavoro come segretaria, una routine fatta di piccole certezze costruite con impegno. Nada Cella non sapeva, quella mattina del 6 maggio 1996, che la sua normalità, il posto fisso, la città, la quotidianità conquistata, avrebbe alimentato un odio cieco in una donna che non era riuscita a ottenere nulla di tutto ciò. Trent’anni dopo, la Corte d’Assise di Genova ha messo nero su bianco quello che molti sospettavano: Nada non fu uccisa per caso, ma per quello che rappresentava.

Le 229 pagine di motivazioni firmate dal presidente Massimo Cusatti tracciano il profilo di Anna Lucia Cecere con una precisione che va oltre il fatto di cronaca. Non una criminale fredda e calcolatrice, ma una donna consumata dall’interno: anni di aspettative deluse, una condizione economica precaria e la convinzione di meritare qualcosa che la vita continuava a negarle. In Marco Soracco, il commercialista presso cui Nada lavorava, la Cecere aveva proiettato la speranza di un cambiamento. Quando anche quella porta si chiuse, qualcosa si spezzò.

I giudici escludono che ci fosse un piano prestabilito. Parlano invece di un impulso violento esploso nel momento in cui Nada, seguendo le istruzioni del suo datore di lavoro, le impedì di entrare. Un gesto di fedeltà professionale che le costò la vita.

Emerge dalle testimonianze raccolte in aula un dettaglio rivelatore: Cecere non provava rancore solo verso Nada in quanto tale, ma verso un’intera categoria di donne. Giovani che, come lei, venivano dalla provincia, ma che, a differenza sua, erano riuscite a trovare stabilità. Un lavoro, una routine, un posto nel mondo. Piccole conquiste che, agli occhi dell’imputata, assumevano i contorni di un’ingiustizia personale. Nada era, in questo senso, il simbolo vivente di tutto ciò che la Cecere sentiva di non aver avuto.

Se la Cecere è accusata di essere l’esecutrice materiale, la figura di Marco Soracco pesa sull’intera vicenda per responsabilità morale. Condannato a 2 anni per favoreggiamento, il commercialista avrebbe omesso, per quasi tre decenni, informazioni decisive: le telefonate insistenti, i dettagli sui comportamenti della donna, elementi che gli inquirenti avrebbero potuto usare già negli anni Novanta per orientare le indagini.

La Corte non stabilisce con certezza il perché di questo muro di silenzio e forse non esiste una risposta univoca. Quel che ai giudici della Corte d’Assise sembra certo è che Soracco, pur non avendo premuto nessun grilletto, ha contribuito a tenere Nada Cella nell’ombra dell’irrisolto per trent’anni. Fu lui, peraltro, a non filtrare adeguatamente una situazione che stava degenerando, esponendo la sua segretaria a un pericolo di cui probabilmente aveva percezione.

Per l’avvocata Sabrina Franzone, che ha difeso gli interessi della famiglia di Nada, le motivazioni confermano la solidità dell’impianto accusatorio. Ora si attende di capire come e se reggerà nei gradi successivi di giudizio.