Il defibrillatore dello studio era scarico e i soccorsi arrivarono in ritardo. Per i consulenti Margaret Spada si poteva salvare al 95%.
Roma – Ci sono sogni piccoli e innocenti che dovrebbero regalare solo un sorriso e che invece si trasformano in una condanna. Margaret Spada aveva appena 22 anni, gli occhi pieni di futuro e un unico desiderio: ritoccare la punta del naso. Era partita dalla sua Lentini, in Sicilia, con il fidanzato accanto, convinta di tornare a casa più serena. Non è tornata mai più. Quel 4 novembre del 2024, in uno studio dell’Eur a Roma, il suo cuore si è fermato per non ripartire.
A quasi due anni di distanza, la giustizia muove il suo primo passo. Il Gup di Roma ha rinviato a giudizio Marco e Marco Antonio Procopio, padre e figlio, i due chirurghi estetici nel cui ambulatorio la ragazza perse la vita. L’accusa è pesantissima: omicidio colposo. Il processo si aprirà il 9 marzo, davanti alla nona sezione collegiale.
Poco dopo le 14 Margaret era entrata in sala per una rinoplastica parziale, un semplice rimodellamento della punta del naso. Ma subito dopo la somministrazione dell’anestesia qualcosa andò storto: un malessere improvviso, poi il collasso. Il fidanzato, che l’aveva accompagnata, si accorse che i medici tentavano di rianimarla con un massaggio cardiaco. Nessuno, in quei minuti disperati, riuscì a strapparla alla morte. Trasportata in ospedale, Margaret si spense tre giorni dopo.
A rendere quella fine ancora più atroce sono i dettagli emersi dalle indagini. Secondo la Procura, tra il malore e la chiamata al 112 trascorsero circa quindici minuti: un’eternità per un arresto cardiaco. E il defibrillatore presente nello studio non funzionava, aveva le batterie scariche. I consulenti del pubblico ministero non lasciano spazio ai dubbi: se quell’apparecchio fosse stato usato in tempo, la possibilità di salvarla sarebbe stata non inferiore al 95%.
Non solo. L’ambulatorio di via Cesare Pavese era privo delle autorizzazioni necessarie per svolgere attività chirurgica. E a Margaret nessuno aveva detto di restare a digiuno prima dell’operazione: il cibo risalito dallo stomaco le invase i polmoni, provocando una polmonite ab ingestis che contribuì al decesso. Gli accertamenti hanno rivelato anche che la giovane era portatrice di una sindrome di Wolff-Parkinson-White, un’anomalia cardiaca mai diagnosticata.
Il Gup ha ammesso come parti civili i genitori della ragazza e il fidanzato, presente quel giorno maledetto. “Abbiamo sete di verità e giustizia“, hanno ripetuto la mamma e il papà attraverso l’avvocato Alessandro Vinci. “Margaret si poteva salvare, la sua morte poteva essere evitata”.
Oggi, a Lentini, resta il vuoto incolmabile di una famiglia che chiede una cosa sola: che quel sorriso spezzato non venga dimenticato. “La giustizia sarà l’ultimo regalo di mia figlia”, ha detto la mamma Loredana. E il 9 marzo, in un’aula di tribunale, quel regalo comincerà a prendere forma.