Il problema è che non ce l’hanno mica scritto in fronte se sono delinquenti o meno. Ma si inizia sempre così, oggi i maranza domani “i tatuati”. Intanto la violenza dilaga.
“Vade retro, maranza”! Ha fatto scalpore nei primi giorni dell’anno che ha appena fatto capolino, una scritta apparsa su un cartello affisso sulla porta di un ristorante di Palermo che così recitava “Divieto di accesso ai maranza”. L’idea si è palesata nella testa del proprietario del locale, Natale Giunta, già famoso alle cronache per aver, in passato, intrapreso la lotta contro il “pizzo”. Ma qual e la “ratio” di un cartello del genere?
L’autore, pare, volesse allontanare i clienti facinorosi che si trattengono nel locale fino a notte inoltrata spesso con atteggiamenti spavaldi e violenti. Il nostro eroe ha girato pure un video su Facebook diventato virale, in cui amplifica il suo concetto di vietare l’ingresso nel locale ai maranza, anche per il loro stile che si rifà ai protagonisti della serie televisiva “Gomorra”. Con loro la “movida” si trasforma, spesso, in risse violente tra gang rivali. Tali tristi fenomeni, purtroppo, sono ormai cronaca quotidiana nelle maggiori città italiane.
Ovviamente sui social si è scatenato un putiferio con tanti favorevoli ma anche contrari, com’era prevedibile visto che tocca un argomento divisivo. L’intenzione era di lanciare una provocazione, come ha ribadito l’autore, perché il divieto era verso i malavitosi che si presentano in gruppo violando la tranquillità e la sicurezza dei clienti ma anche dei lavoratori del locale. Ora è chiaro che, in linea di massima, vietare l’ingresso in un locale a gruppi specifici ha il sapore della discriminazione perché equipara il modo di vestirsi alla violenza.
Appartenere ai maranza significa aderire a una sottocultura giovanile urbana italiana, diffusasi, soprattutto, nelle periferie milanesi dagli anni ’80 e riscoperta via social, definita da un forte senso di appartenenza a gruppi (comitive) che ostentano stili di vita tracotanti, abbigliamento vistoso (tute, marsupi) e talvolta comportamenti aggressivi o illeciti. Rappresenta un fenomeno di costume legato alla musica trap, a un linguaggio colloquiale e a una sfida codificata all’ordine sociale, spesso associato a dinamiche di disagio o orgoglio periferico.
Tali bande si muovono in branco e condividono codici estetici e comportamentali comuni, creando una forte identità di gruppo. Sono tipici delle periferie urbane, in contesti di socializzazione legati alla “street culture“, spesso frequentando parcheggi di centri commerciali o aree pubbliche. Lo stile è caratterizzato da tute firmate, scarpe da ginnastica appariscenti, cappellini, marsupi e gioielli luccicanti, utilizzati per ostentare con fierezza il proprio status.

Spavaldi e spessissimo ineducati, adottano un linguaggio con un uso marcato di slang giovanile, influenzato da lingue straniere (arabo, spagnolo, francese) a testimonianza di contesti multiculturali. La sottocultura è amplificata da TikTok e Instagram, dove i maranza mostrano il loro stile di vita, rendendo la loro identità virale. Sebbene il termine nasca per descrivere un tipo “tamarro“, “coatto” o di strada, talvolta è associato a microcriminalità (piccole rapine o furti) sempre più diffusa.
Tuttavia potrebbe anche essere un effetto della ribellione giovanile (comune a tutti i periodi storici, almeno dal dopoguerra ad oggi) e dell’identità del gruppo. A volte questa condizione viene espressa con autoironia, altre come una sorta di sfida alle norme dominanti. In teoria ognuno è libero di vietare l’ingresso nel proprio locale pubblico, soprattutto a chi utilizza la forza per manifestare le proprie ragioni.
Il problema è che non ce l’hanno mica scritto in fronte se sono delinquenti o meno. Si inizia sempre così, oggi i maranza domani “i tatuati” o altre sottoculture giovanili. Il divieto in senso lato ha sempre un fetore di stantio.