“Liberate i macachi!”: la protesta contro l’ateneo bolognese

Gli animali vengono sottoposti a sessioni sperimentali molto invasive tramite apparecchi ferma testa e impianti cranici.

Bologna – Dopo settimane di affissioni in giro per la città per richiedere la liberazione dei macachi detenuti all’Università di Bologna, è partito il mail bombing indirizzato al Magnifico Rettore di UniBo affinché liberi i macachi utilizzati e crei una nuova linea di ricerca senza sfruttamento animale. Come comunica la LAV, sono già state raccolte quasi 20mila firme in meno una settimana dal lancio.

Nonostante infatti la legge veda come totalmente prioritari i modelli di ricerca animal-free e industria, cittadini e Istituzioni, a livello internazionale, promuovano una scienza human-based, l’ateneo bolognese ha deciso di rimanere ancorato al passato e di investire fondi e ricercatori per causare inutili e lunghe sofferenze su macachi di Giava, specie per altro inserita nella lista di animali a rischio di estinzione nel 2022 e la cui principale minaccia è proprio la cattura e vendita a laboratori biomedici per la sperimentazione, nonostante il decreto vieti categoricamente l’utilizzo di primati non umani salvo casi eccezionali.

Grazie ai verbali di ispezione dell’ASL di Bologna, infatti, la Lega Anti Vivisezione aveva scoperto che quattro macachi erano arrivati nello stabulario del Dipartimento di Fisiologia (due nel 2022 e due nel 2023) e – a distanza di anni – la lotta continua per chiederne l’immediata liberazione e la conversione dello stabulario per ricerche innovative, etiche e sicure basate su modelli non animali.

La documentazione ottenuta dalla LAV ha permesso di scoprire che i macachi vengono utilizzati per lo studio dei segnali neuronali emessi da determinate regioni del cervello e sottoposti a sessioni sperimentali molto invasive tramite apparecchi ferma testa e impianti cranici.