I giudici hanno superato la richiesta del pm (che era di 30 anni), infliggendo il massimo della pena per il femminicidio di Laura Papadia. Esclusa l’ipotesi del “black out” emotivo.
Terni – La Corte d’Assise ha pronunciato una sentenza che va oltre le stesse aspettative dell’accusa: ergastolo per Nicola Gianluca Romita. L’agente di commercio, 48 anni, è stato riconosciuto colpevole dell’omicidio volontario della moglie, Laura Papadia, strangolata all’alba del 26 marzo dello scorso anno nella loro abitazione di Spoleto.
La decisione dei giudici è andata ben oltre la richiesta del sostituto procuratore di Spoleto, Alessandro Tana, che aveva sollecitato una condanna a 30 anni, proponendo la concessione delle attenuanti generiche in virtù della confessione e del pentimento mostrato dall’imputato durante il processo.
Durante la requisitoria, il pm ha ricostruito con cruda precisione le fasi del delitto, descrivendolo come un gesto d’impeto esploso al culmine dell’ennesima lite legata al desiderio della donna di avere un figlio. “Le ha stretto le mani al collo per almeno cinque minuti – ha scandito in aula il magistrato – guardandola negli occhi mentre moriva“. Questa particolare efferatezza è stata il perno su cui le parti civili hanno costruito la richiesta del massimo della pena, sostenendo che la crudeltà dell’azione non fosse compatibile con alcuna attenuante.
La difesa di Romita ha tentato fino all’ultimo di puntare sulla tesi del “black out” da stress emotivo, parlando di una dissociazione mentale che avrebbe impedito all’uomo di ricordare le fasi dell’omicidio. Tuttavia, i legali della famiglia Papadia hanno scardinato l’ipotesi del delitto d’impeto, portando all’attenzione della Corte un episodio inquietante avvenuto pochi giorni prima del delitto: una telefonata di Romita al figlio maggiore in cui indicava dove fosse nascosto del denaro, istruendolo su come usarlo “nel caso gli fosse successo qualcosa”. Un dettaglio che, secondo i giudici, suggerisce una tragica lucidità.
Visibilmente commosso dopo la lettura del dispositivo, il padre della vittima, Maurizio Papadia, ha espresso il suo amaro sollievo. “È una sentenza giusta. Ho creduto nella giustizia e questo mi rincuora, ma Laura non me la ridanno più”, ha dichiarato ai giornalisti. “Non c’è più, resta solo la cappella dove poter andare a pregare”. Per Nicola Gianluca Romita si aprono ora le porte del carcere a vita, in attesa delle motivazioni della sentenza che spiegheranno il perché del mancato accoglimento delle attenuanti richieste dalla Procura.