LE MELODIE DEL RICORDO

L’esodo istriano-fiumano-dalmata, ricordato in Italia solo una volta l’anno, il 10 febbraio, con la ricorrenza del Giorno del Ricordo dei martiri delle foibe

L’esodo istriano-fiumano-dalmata, ricordato in Italia solo una volta l’anno, il 10 febbraio, con la ricorrenza del Giorno del Ricordo dei martiri delle foibe, traspare da ogni opera musicale e letteraria di Mario Fragiacomo, trombettista e compositore jazz di rilievo internazionale, oltre che scrittore.

Il brivido del suo vissuto appare soprattutto nelle sue composizioni. Ha vissuto l’infanzia e la fanciullezza a Trieste, sua città natale, e si è poi trasferito nell’hinterland milanese. Ha trasposto la sua identità di frontiera, con tutto quello che porta con sé, nell’arte del gruppo che ha fondato a Milano, il Mitteleuropa Ensemble, formato da musicisti di rilievo. Mario afferma di essere stato il primo compositore in Italia ad aver dedicato un’opera musicale al dramma dell’esodo istriano, apportando sensibilità jazzistiche e contemporanee e combinando sentimenti e ricordi di vita vissuta con lo spirito del nostro tempo.

L’amore per la musica nasce con il ritrovamento di una tromba di latta raccattata in un deposito del ghetto ebraico di Trieste nel primo dopoguerra. Mario inizia il suo percorso musicale con il maestro Pasquale D’Iorio e un flicorno contralto d’accompagnamento. In seguito cambia diversi strumenti a fiato ma rimane sempre nella famiglia degli ottoni, con maestri di buon livello del Conservatorio G. Tartini di Trieste, per poi perfezionarsi a Milano con il maestro Giorgio Gaslini al corso straordinario di jazz presso il Conservatorio G. Verdi.

Mario ci racconta che “il disco d’esordio, Trieste, ieri un secolo fa, uscì alla fine degli anni ‘80 per una piccola casa discografica lombarda; un florilegio musicale, come lo ha definito lo scrittore Fulvio Tomizza nella presentazione all’interno dell’album, che all’epoca destò curiosità e interesse in tutta Italia. Con un cast vocale e strumentale di alto livello artistico, l’album entrò nella top ten come il miglior disco di jazz italiano. Un brivido percorre le anime all’ascolto de Il campo profughi con sottotitolo Le baracche di Padriciano, poi T.L.T. – Territorio Libero di Trieste, Foibe e ancora Forse un giorno si racconterà di un popolo…, un brano di musica e poesia che ho dedicato all’esodo istriano e suonato per la prima volta sulla foiba di Basovizza”.

Oggi la sua musica è definita “jazz mitteleuropeo”, ma un giorno potrebbe essere annoverato tra gli artefici della nouvelle vague del jazz mitteleuropeo. “Nel frattempo,” prosegue, “continuarono le mie incursioni nella musica popolare ebraica (Klezmer), scoperta negli anni ’90, e nelle tradizioni della musica popolare dell’Istria veneta, la musica della terra di mia madre, che sento dentro di me, nascosta ed espressa con sottile pudore. Lo spartito di Foibe esiste, è tangibile, si può toccare con mano e naturalmente suonare; l’hanno suonato e inciso”.

Fragiacomo ci racconta che vivere a Trieste significa assorbire dalla nascita un particolare milieu. Ha visto con i suoi occhi la Trieste del delirio patriottico dell’annessione all’Italia, piena di inquietudini oniriche su cui si innesta la psicanalisi di Weiss. Ha vissuto le migrazioni degli istriani e fiumani, l’esilio dei dalmati, frequentando i campi profughi del Silos di Trieste, di Campo Marzio e di Padriciano. I martiri delle foibe sul Carso, e la Risiera di San Sabba erano lì a quattro passi.

Un humus multiculturale gli è entrato nell’anima, gli ha contaminato il cuore, influenzato il suo modo di pensare e di vedere i fatti della vita, perché in ogni posto che ha frequentato, aleggia un qualcosa di strano che allo stesso tempo è anche noto e in particolare nell’atmosfera bilingue (italiano-sloveno) delle osmize sul Carso. Quello che ama ricordare è la dignitosa povertà della maggioranza di queste genti adriatiche, che la guerra e il dopoguerra avevano risparmiato, però a prezzo di triboli e umiliazioni. La sorte comune a tutti i vinti, a tutte le latitudini, con il ceto medio declassato a proletariato. Il Carso, con i suoi cespugli nella macchia mediterranea costellata di scogli e depressioni, era un magro supermercato di verzura commestibile e di residuati bellici d’ogni tipo. Ci andavano tutti, anche la madre di Mario con ciabatte risuolate ritagliando copertoni di bicicletta.

Un suo ricordo particolare riguarda il magazzino 26 del porto vecchio di Trieste, a pochi passi dal Silos. Ci passava davanti ogni giorno nei primi anni ‘70, osservando la maestosità dell’edificio, e rifletteva sul silenzio spettrale di quel luogo. Nessun movimento, nessun vagone, nessun camion che si fermasse, porte e finestre sbarrate, come un cimitero. In questi ultimi anni il magazzino è stato restaurato e le masserizie spostate in altro luogo. Ma per decenni sono rimaste dentro quel magazzino tenebroso, mentre in Italia regnava l’oblio più assoluto sulla storia dei poveri profughi istriani, fiumani e dalmati.

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