Lady Diana, 28 anni dopo: i misteri irrisolti del tunnel dell’Alma

L’autista ubriaco, la Fiat Uno fantasma e i cellulari scomparsi: perché la morte della principessa del popolo continua a interrogarci.

Ventotto anni sono passati dalla notte del 31 agosto 1997, quando Lady Diana morì nel tunnel dell’Alma a Parigi insieme a Dodi Al-Fayed. Eppure, quella tragedia continua a generare domande senza risposta, alimentando teorie e dubbi che mantengono vivo il mito della principessa del popolo.

La principessa Diana

L’estate del 1997 era sembrata finalmente serena per Diana, che aveva trovato accanto a Dodi Al-Fayed una nuova serenità dopo il divorzio da Carlo. I due avevano trascorso giorni felici sullo yacht Jonikal del magnate Mohamed Al-Fayed, padre di Dodi, per poi volare insieme a Parigi. Un’ultima tappa di quella che molti definirono un’estate d’amore, mentre William e Harry aspettavano la mamma a casa per i preparativi del tredicesimo compleanno del futuro re.

L’autista misterioso e i soldi nascosti

Il primo enigma riguarda Henri Paul, il vice capo della sicurezza del Ritz che quella sera non era in servizio. Richiamato al lavoro, aveva nel sangue 1,8 grammi di alcol per litro, quasi quattro volte il limite legale francese. Un livello che avrebbe dovuto impedirgli persino di stare in piedi, figurarsi guidare una Mercedes a tutta velocità nel centro di Parigi.

Ma i misteri su Paul non finiscono qui. Nel suo portafoglio furono trovati 1500 dollari in contanti, somma considerevole per un impiegato dell’epoca. Le indagini rivelarono che negli otto mesi precedenti aveva effettuato versamenti bancari anomali, accumulando circa 200mila dollari sui suoi conti: sei volte il suo stipendio annuale, sempre attraverso quindici versamenti della stessa cifra. Un uomo evidentemente coinvolto in attività oscure, anche se non necessariamente collegate alla tragedia di quella notte.

La corsa verso la morte

Alle 0.20 la Mercedes nera esce dal garage del Ritz con a bordo quattro persone: la guardia del corpo Trevor Rees-Jones accanto all’autista, Diana e Dodi sul sedile posteriore, tutti senza cinture di sicurezza. Nonostante il tentativo di depistaggio, i paparazzi più scaltri riescono a individuarli e inizia l’inseguimento.

L’auto su cui viaggiava la principessa

L’auto imbocca il tunnel dell’Alma a circa 105 chilometri orari, ben oltre il limite di velocità. Una corsa inspiegabile: Diana era abituata ai paparazzi, perché rischiare tanto per sfuggire a qualche fotografia? Alle 0.23 Henri Paul perde il controllo del veicolo e la Mercedes si schianta contro il tredicesimo pilastro del tunnel.

La Fiat Uno fantasma

Tra i dettagli più inquietanti c’è la presenza di una Fiat Uno bianca che diversi testimoni videro tallonare la Mercedes poco prima dell’incidente. L’auto, che secondo alcuni avrebbe urtato la vettura della principessa, non è mai stata ritrovata. La gendarmerie francese ha esaminato oltre 4mila auto di quel modello senza trovare quella con le caratteristiche descritte dai testimoni, incluse specifiche ammaccature.

Un’auto fantasma che si è volatilizzata insieme alle telecamere di sorveglianza del percorso, che quella notte non avrebbero registrato dettagli utili alle indagini. Troppe coincidenze che alimentano i sospetti di chi non crede alla versione ufficiale.

Gli ultimi istanti e i soccorsi controversi

Dopo lo schianto, anziché chiamare immediatamente i soccorsi, il primo fotografo arrivato sulla scena iniziò a scattare foto. Diana era ancora viva e ripeteva “My God”, forse le sue ultime parole secondo Xavier Gourmelon, uno dei vigili del fuoco intervenuti.

Diana e Dodi Al-Fayed

Anche i soccorsi presentano anomalie: l’ambulanza impiegò 25 minuti per percorrere i sei chilometri che separavano il tunnel dall’ospedale Pitié-Salpêtrière. Una lentezza giustificata dai protocolli medici per evitare di aggravare le condizioni dei pazienti gravi ma che con lesioni così severe potrebbe aver compromesso le possibilità di salvare Diana.

I cellulari scomparsi e le indagini costose

Un altro mistero irrisolto riguarda i telefoni cellulari di Diana e Dodi, mai ritrovati. Dispositivi che avrebbero potuto chiarire molti dettagli di quella serata, dalle ultime comunicazioni ai movimenti della coppia.

Mohamed Al-Fayed

L’inchiesta britannica, costata 12,5 milioni di sterline ai contribuenti e durata quasi tre anni, ha concluso per omicidio colposo causato dalla guida in stato di ebrezza dell’autista con la complicità dei paparazzi. Mohamed Al-Fayed, padre di Dodi morto nel 2023, non si arrese mai, finanziando di tasca propria altre indagini perché convinto che si fosse trattato di un “incidente premeditato”.

Il mito che non si spegne

Diana aveva predetto la propria morte in una lettera scritta nell’ottobre 1996 e consegnata al maggiordomo Paul Burrell. Parlava di una “fase pericolosa” della sua vita e di presunti piani del marito per causarle un incidente d’auto. Paranoia o reale percezione del pericolo? La lettera aggiunge un elemento inquietante a una storia già piena di ombre.

La principessa che aveva trasformato la monarchia da istituzione distaccata a strumento di cambiamento sociale, spezzando tabù sull’AIDS e dando voce agli emarginati, morì correndo verso un tunnel oscuro. Un simbolismo potente che contribuisce a mantenere vivo il mito di una donna che brillò di luce propria in un mondo di protocolli grigi.

Ventotto anni dopo, il tunnel dell’Alma resta meta di pellegrinaggio, su cui la gente lascia fiori e messaggi. Diana è entrata di diritto nella schiera dei grandi miti che fatichiamo a consegnare alla Storia, perché continuare a dubitare sulle cause della loro scomparsa ce li fa sentire ancora vivi, ancora vicini a noi.

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