La strage di Villagrazia di Carini

Il 5 agosto 1989 Cosa Nostra e gli apparati deviati uccidono il giovane agente Nino Agostino, sua moglie incinta e il bimbo che portava in grembo.

Palermo – Il sole dell’agosto siciliano picchia forte sull’asfalto di Villagrazia di Carini, ma l’aria che si respira davanti al cancello di casa Agostino ha il sapore dolciastro delle giornate di festa. È il 5 agosto 1989. Antonino Agostino, ventisei anni, per tutti Nino, attraversa il cortile a passo leggero. Ha le mani ancora impresse dell’odore della carta fotografica: ha appena ritirato l’album del matrimonio celebrato un mese prima. Formalmente è un agente della Squadra Volante del commissariato San Lorenzo di Palermo, ma la sua vera vita scorre in una dimensione parallela e invisibile, fatta di indagini coperte sui latitanti d’alto bordo di Cosa Nostra e di frequentazioni pericolose al confine tra polizia e servizi segreti.

Al suo fianco c’è Ida Castelluccio, diciannove anni. Ida cammina proteggendo con la mano il grembo appena accennato, quasi a custodire quella nuova vita che sta crescendo dentro di lei. Marito e moglie sono appena rientrati dalla luna di miele in Grecia e sono passati a mostrare gli scatti delle nozze ai vicini di casa.

Il rombo improvviso e metallico di una moto di grossa cilindrata spezza la quiete del pomeriggio. Due uomini avanzano a volto scoperto, impugnano le armi e fanno fuoco a bruciapelo. Nino cade per primo, fulminato dai proiettili. In un istante che sfida ogni istinto di conservazione, Ida non scappa, non cerca un riparo. Si lancia sul corpo del marito, affronta lo sguardo dei killer e grida la sua sentenza: “Io so chi siete!”

Quelle quattro parole sono la sua condanna a morte. Un secondo volume di fuoco la trafigge all’addome, spegnendo la sua voce, la sua vita e il battito del bambino che portava in grembo. Tre vite sterminate in una manciata di secondi.

Ai funerali, celebrati cinque giorni dopo, tra la folla attonita spiccano due uomini con lo sguardo teso e scuro: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Falcone capisce immediatamente che quell’esecuzione non appartiene alle dinamiche ordinarie della mafia di strada. Quegli spari si collegano a fili invisibili che portano dritti al fallito attentato dell’Addaura di due mesi prima, alle trame di vicolo Pipitone e alla sparizione di altri uomini cerniera come Emanuele Piazza.

Da quel pomeriggio, sulla vicenda cade una cappa plumbea di depistaggi. Spariscono gli appunti personali dalla stanza di Nino, si inseguono piste fuorvianti, si alzano muri di gomma istituzionali. Ma dentro quella nebbia calata per nascondere le complicità tra i boss dei mandamenti di Resuttana e San Lorenzo e i settori deviati dello Stato, si erge una barriera insormontabile di dignità: quella della famiglia Agostino.

Vincenzo Agostino, il padre di Nino, compie una scelta radicale. Di fronte al corpo del figlio e della nuora promette a se stesso e al Paese che non farà più toccare la sua barba dalle forbici finché non verrà fatta piena luce su chi ha premuto il grilletto e su chi ha depistato le indagini. Per decenni, quella barba bianca che si allunga anno dopo anno, affiancata dalla presenza tenace della moglie Augusta Schiera, diventa la coscienza critica di un’intera nazione, il contrappeso visibile alla vergogna dei ritardi giudiziari.

Augusta se ne va nel 2019, senza risposte. Vincenzo resiste fino all’aprile del 2024, spegnendosi a 96 anni con la sua barba ancora intatta, ma con la consapevolezza che il muro del silenzio ha finalmente iniziato a sgretolarsi.

La Procura Generale risucchia il fascicolo dalle sabbie mobili dell’archiviazione e ricostruisce la mappa delle responsabilità. Le aule di giustizia restituiscono i primi verdetti definitivi: l’ergastolo per il boss Antonino Madonia e la condanna al carcere a vita pronunciata nell’aula bunker di Pagliarelli contro il capomafia Gaetano Scotto. Emergono le figure d’ombra come quella dell’ex poliziotto Giovanni Aiello, “faccia da mostro”, tessere di un mosaico tragico che unisce il crimine organizzato e le deviazioni dei servizi.

Ogni 5 agosto il cancello di Villagrazia di Carini torna a riempirsi di corone d’alloro, di giovani e di divise. La barba di Vincenzo Agostino non solca più le piazze d’Italia, ma il suo testimone resta piantato nella memoria collettiva. Il ricordo di Nino, di Ida e di quel figlio mai venuto al mondo non appartiene più soltanto agli archivi giudiziari, ma è un monito permanente contro ogni forma di insabbiamento e di complicità con il male.