La paura di non viaggiare

Il timore forte e persistente di non avere viaggi o vacanze in programma colpisce il 40% degli italiani. La Generazione Z è la più colpita. Ma si può guarire.

Se il viaggio diventa un assillo! I social network sono diventati i principali strumenti di comunicazione soprattutto dei giovani, con cui si instaurano relazioni amicali, sentimentali e lavorative. Sembra che senza di essi ci si senta inadatti ad un mondo in continua trasformazione, privi di arnesi per interagire con le altre persone. A questa condizione non sfugge il tema del viaggio, attraverso cui i social diventano momenti di esibizione e di approvazione sociale.

Negli ultimi tempi aleggia una strana aria nel web, la “notriphobia” (dall’inglese no-trip-phobia), la paura marcata e persistente di non avere viaggi o vacanze in programma, che colpisce il 40% degli italiani. Questo neologismo descrive l’ansia, lo stress e la frustrazione derivanti dall’assenza di scadenze legate al viaggio. Chi ne è vittima sperimenta irritabilità, labilità emotiva e, in casi estremi, attacchi di panico. Sono comuni i comportamenti ossessivi come il controllo compulsivo di siti di viaggio e la sensazione di sentirsi “vuoti” o inferiori. 

È particolarmente diffusa tra la Generazione Z (53% dei casi), influenzata dalla paura di perdersi esperienze significative. Viene spesso utilizzata come fuga dalla routine quotidiana o per mantenere uno status sociale. Il termine è diventato popolare sui social, specialmente in vista delle vacanze estive, evidenziando il legame tra la vita iperconnessa e il bisogno di apparire “sempre in viaggio“. Basta farsi un giro sui social ed emergono racconti di viaggiatori o, meglio, di chi manifesta una dipendenza patologica dai viaggi. E’ tutto un profluvio di desideri compulsivi e inarrestabili per scoprire nuovi luoghi, viaggiare costantemente e pianificare nuove mete, spesso anteponendo questa passione a ogni altra priorità o consuetudine.

E’ facile trovare l’elenco dei Paesi visitati anche se, con molta probabilità, si tratta di persone che hanno sfiorato un piccolo luogo geografico, vantandosi di aver visitato tutto il Paese. Non mancano consigli a go-go, di viaggiatori improvvisati che nella vita fanno tutt’altro. C’è da dire che dopo la famigerata pandemia del 2020, quella del perfido virus Covid-19, si è risvegliata la febbre di muoversi, spostarsi, dopo mesi trascorsi in naftalina a causa del lockdown. Una tendenza che anche nel 2025, malgrado crisi economiche e geopolitiche, ha mostrato numeri in crescita.

Il fenomeno può diventare una patologia anche grave

Secondo una ricerca della Tilburg University, Olanda, i social sono stati determinanti nell’alimentare questa frenesia di viaggiare. Una volta andavano in giro per il mondo solo i figli dell’aristocrazia per motivi di studio e di casta. Nel XIX secolo le mutate condizione socioeconomiche hanno permesso anche alla classe media di poter viaggiare, grazie alla riduzione dei costi. Il viaggio diventava, così, un’occasione di prestigio.

Piaccia o no la “notriphobia” esiste e bisogna fare i conti con essa. Perché bisogna entrare nel vortice del viaggio ad ogni costo per sentirsi accettati dal contesto sociale ed essere impauriti dall’immobilismo? Alcuni consigli pratici per uscire da questa sorta di ossessione sono: limitare l’uso dei social media, fare attività fisica ed imparare a stare da soli nella propria camera, senza l’ingombrante presenza dei device tecnologici.

Si può leggere un libro, attività abbastanza in disuso, ascoltare la musica che si ama e, soprattutto, sentire le proprie emozioni. I social? Lasciamoli in standby!