La ricerca Nomisma fotografa una trasformazione strutturale del commercio di prossimità. Mantova e Brescia le più colpite. Il paradosso degli affitti: i valori di acquisto calano, i canoni salgono.
Milano – Ogni serranda abbassata per l’ultima volta è una piccola perdita che, moltiplicata per anni e per migliaia di strade, diventa un cambiamento profondo nel modo in cui si vive una città. In Lombardia quel cambiamento è già in corso da un decennio, e i numeri lo raccontano con una chiarezza difficile da ignorare.
Secondo i dati elaborati da Nomisma, la regione ha perso quasi tredicimila attività commerciali di vicinato negli ultimi dieci anni, in linea con una tendenza nazionale che ha fatto sparire oltre 86mila negozi in tutta Italia. Un ridimensionamento che non colpisce allo stesso modo tutti i territori: alcune province accusano il colpo più duramente di altre. Mantova ha visto scomparire quasi un quinto del suo tessuto commerciale, Brescia e Pavia superano entrambe il tredici per cento di perdita. Sono realtà in cui i centri urbani si svuotano visibilmente, dove i portici e le strade dello shopping di un tempo mostrano sempre più vetrine oscurate o riconvertite.
Milano fa storia a sé, almeno in parte. Il capoluogo limita le perdite all’1,3%, un dato che, confrontato con il resto della regione, sembra quasi una buona notizia. Ma dietro quella percentuale ci sono comunque 755 negozi di quartiere che hanno chiuso i battenti in dieci anni. Non un crollo, ma una trasformazione silenziosa e continua che ridisegna l’offerta commerciale dei rioni. A cedere sono soprattutto i negozi legati all’abbigliamento, al tessile, agli accessori, alla cultura e al tempo libero. A crescere è quasi solo la ristorazione, che occupa con una certa voracità gli spazi lasciati liberi dalle attività tradizionali.
Il paradosso più stridente riguarda il mercato immobiliare commerciale. Comprare un negozio a Milano costa in media il sette per cento in meno rispetto a dieci anni fa. Eppure affittarne uno costa il 16,1% in più. Una forbice che scoraggia chi vorrebbe aprire una nuova attività e che contribuisce a tenere vuoti molti locali, soprattutto nelle zone meno centrali dove la rendita commerciale è meno garantita. Il risultato è una città con più sfitti e meno varietà, dove il ricambio avviene ma non sempre copre le uscite.
Nel complesso, la Lombardia arretra più della media italiana, che registra un calo del 6,7%. La capacità di Milano di attrarre investimenti e reinventarsi rallenta la discesa, ma non la inverte. Quello che si va delineando è un sistema commerciale sempre più concentrato, meno capillare, dove la prossimità, intesa non solo come comodità geografica ma come presidio di quartiere, come punto di aggregazione, si fa più rara. E con essa si assottiglia qualcosa che va oltre l’economia: il modo in cui le persone abitano lo spazio urbano e lo rendono proprio.