La fine di Nitto Santapaola, il boss che brindava con lo Stato e ordinava le stragi

Dal rione San Cristoforo al 41-bis: ascesa, latitanza e caduta del “Cacciatore”, che unì affari, politica e violenza.

Milano – Benedetto Santapaola, detto Nitto, è morto come aveva vissuto gli ultimi tre decenni della sua vita: dietro un vetro blindato, in regime di carcere duro, lontano dal mondo che aveva contribuito a insanguinare. Se n’è andato all’ospedale San Paolo di Milano, nel reparto riservato ai detenuti del Nord Italia, stroncato dalla vecchiaia e dal diabete. Aveva ottantasette anni, diciotto ergastoli sulle spalle e nessuna confessione ai magistrati che per decenni avevano provato a fargli aprire la bocca. Sul corpo è stata disposta l’autopsia, atto dovuto per dissipare qualsiasi dubbio sulle cause della morte di un uomo che aveva fatto della menzogna uno strumento di sopravvivenza.

La sua storia comincia nel rione San Cristoforo di Catania, nel 1938, in una delle zone più povere e complesse del centro storico cittadino, in una famiglia già intrecciata con le cosche locali. La madre Cosima D’Emanuele aveva due sorelle e tutte e tre avevano sposato uomini legati alle famiglie più temute della mafia etnea: i Santapaola, gli Ercolano, i Ferrera. Un intreccio di sangue e di affari che avrebbe plasmato per decenni gli equilibri criminali di Catania e dell’intera Sicilia orientale. Da ragazzo Nitto vendeva scarpe alla fiera. Era vivace, furbo, capace di costruire rapporti con chiunque. Qualità che avrebbe messo a frutto in modo molto diverso da come un commerciante ambulante avrebbe potuto immaginare.

Nitto Santapaola

Diventò uomo d’onore nel 1962, in una cerimonia che sancì la sua affiliazione formale a Cosa Nostra. Nei vent’anni successivi scalò i vertici della famiglia catanese con una combinazione di violenza calcolata e intelligenza relazionale che lo distingueva dai boss più rozzi e impulsivi. Alla fine degli anni Settanta si era già costruito una doppia facciata: da un lato il boss, dall’altro il commerciante di successo. Aprì la più grande concessionaria Renault della Sicilia, un’attività che funzionava come copertura e come strumento di legittimazione sociale. All’inaugurazione del salone automobilistico, nell’autunno del 1981, erano presenti il prefetto Francesco Abatelli e il questore Agostino Conigliaro di Catania. Le fotografie di quella serata finirono agli atti della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Luciano Violante. Era questo il doppio registro in cui Santapaola si muoveva con disinvoltura: un piede negli affari, l’altro nel sangue. Un piede nei salotti buoni della città, l’altro nelle campagne dove si consumavano agguati e vendette.

La svolta definitiva nella sua ascesa criminale arrivò grazie all’alleanza con Totò Riina e i corleonesi, che all’epoca stavano imponendo la loro egemonia sanguinaria su tutta Cosa Nostra. Fu proprio con l’appoggio di Riina che Santapaola riuscì a eliminare il capomafia Pippo Calderone nel 1979, prendendo il controllo della famiglia catanese. Quell’asse con i corleonesi era una comunione di metodi e di obiettivi. Riina e Santapaola condividevano la convinzione che la violenza estrema, compresa quella contro lo Stato, fosse uno strumento legittimo di potere. Una convinzione che avrebbe portato entrambi a essere condannati per alcune delle pagine più buie della storia italiana.

Il 16 giugno 1982, sull’autostrada nei pressi di Palermo, un commando attaccò il convoglio che stava trasferendo Alfio Ferlito, storico rivale di Santapaola, da un carcere all’altro. Ferlito morì, insieme ai tre carabinieri della scorta e all’autista. Era la cosiddetta strage della circonvallazione e Santapaola ne fu ritenuto il mandante. La condanna arrivò nel 1987, durante il maxiprocesso di Palermo, il più grande procedimento giudiziario mai celebrato contro Cosa Nostra, istruito dai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Quegli stessi giudici che Santapaola avrebbe contribuito a uccidere dieci anni dopo.

La strage della circonvallazione

Le stragi di Capaci e via D’Amelio, nell’estate del 1992, furono il momento in cui la strategia stragista di Riina raggiunse il suo apice. Falcone saltò in aria il 23 maggio, Borsellino il 19 luglio. Santapaola fu condannato in via definitiva come mandante di entrambe le stragi. Otto giorni dopo via D’Amelio, quasi a voler segnare il territorio anche sul fronte catanese, ordinò l’assassinio dell’ispettore capo Giovanni Lizzio. Un messaggio preciso: lo Stato veniva colpito ovunque, non solo a Palermo.

Ma il crimine che forse più racconta la natura profonda del personaggio è uno diverso, più vicino alla quotidianità del potere mafioso. Giuseppe Fava, detto Pippo, era un giornalista di razza che dirigeva I Siciliani, un periodico che in pochi mesi aveva conquistato una reputazione importante grazie a inchieste coraggiose sulla mafia e sui suoi rapporti con il potere economico e politico locale. Fava aveva messo nel mirino Santapaola e quattro imprenditori catanesi che definiva i cavalieri dell’apocalisse, denunciandone le connessioni con le cosche e descrivendo un sistema di potere che aveva governato la città per vent’anni nell’ombra e nell’impunità.

La sera del 5 gennaio 1984 fu ucciso con cinque colpi di pistola davanti al Teatro Stabile di Catania. Le indagini procedettero lentamente, con la difficoltà tipica dei casi in cui i mandanti siedono nei luoghi del potere. Soltanto nel 1993, con l’operazione Orsa Maggiore, vennero emessi centocinquantasei mandati di cattura contro affiliati al clan. Nel 2003 la Corte di Cassazione confermò l’ergastolo per Santapaola come mandante e per il nipote Aldo Ercolano come uno degli esecutori. Vent’anni di attesa per una sentenza definitiva. Il figlio di Pippo Fava, Claudio, ha dedicato buona parte della sua vita pubblica a tenere viva quella memoria e a raccontare il sistema di connivenze che aveva reso possibile quell’omicidio.

Pippo Fava

Il soprannome “il cacciatore” gli veniva dalla passione per i safari nelle riserve siciliane. Diceva anche qualcosa del suo modo di stare nel mondo: paziente, metodico, capace di aspettare il momento giusto. Rimase latitante per undici anni dopo la strage della circonvallazione, nascosto tra campagne e monti, protetto da una rete di complicità che si estendeva fino ai clan di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Durante quegli anni di clandestinità, a reggere le fila della famiglia a Catania rimase il nipote Aldo Ercolano, figlio di sua sorella Grazia e del boss Giuseppe Ercolano: una reggenza silenziosa e fedele, espressione di quella struttura familiare che era insieme vincolo di sangue e architettura criminale.

Santapaola fu arrestato il 18 maggio 1993 in un casolare vicino a Caltagirone, nell’operazione denominata Luna Piena, coordinata da tre investigatori che sarebbero diventati i futuri vertici della polizia italiana: Gianni De Gennaro, Antonio Manganelli e Alessandro Pansa. Si fece mettere le manette ai polsi davanti alla moglie, Carmela Minniti, che con lui si era rifugiata nel casolare e che due anni dopo sarebbe stata uccisa sulla soglia di casa da un boss rivale travestito da poliziotto, Giuseppe Ferone, detto Camisedda, deciso a vendicarsi dei torti subiti, colpendo ciò che Santapaola aveva di più caro. Un assassinio commesso davanti agli occhi della figlia Cosima.

Degli ultimi trentatré anni trascorsi in regime di 41-bis, il carcere duro riservato ai boss mafiosi ritenuti ancora pericolosi e in grado di comunicare con l’esterno, Santapaola non ha lasciato dichiarazioni utili agli inquirenti. Non ha mai collaborato con la giustizia. Non ha mai ammesso nulla di quello per cui era stato condannato. Si è sempre proclamato estraneo alla stagione stragista, respingendo quella parte della sua storia come se appartenesse a qualcun altro. Una coerenza nel silenzio che, a modo suo, era anche una forma di potere residuo: l’unica che gli restava.

Dietro di sé lascia una rete familiare costruita su tre generazioni, un cognome che a Catania pesa ancora, e una scia di morti che attraversa quarant’anni di storia italiana. La domanda che rimane aperta, e che nessuna sentenza ha mai del tutto risposto, è quante delle sue complicità in giacca e cravatta non siano mai finite davvero sul banco degli imputati.