Julia, uccisa a 16 anni da mani che credeva amiche

L’illusione d’amore di una ragazzina della Milano “bene” degli Anni Settanta e il delirio di onnipotenza dei suoi aguzzini.

Milano – “Mamma e papà chiedono giustizia per Julia, qui barbaramente uccisa dalle stesse mani che credeva amiche”. Si legge così sulla piccola lapide posizionata nel bosco del Carengione, a Peschiera Borromeo, in memoria di una ragazza brutalmente assassinata a 16 anni soltanto. Quel che resta di Julia Olga Calzoni Sforza: un doppio nome e una famiglia importante, ma per tutti era solo Julia. Anche per chi l’ha strappata alla vita decisamente troppo presto.

Era il 26 marzo 1976. Mentre l’Italia ancora tremava per l’orrore del Circeo, a Milano si consumava una tragedia speculare, nata nei salotti buoni di corso Venezia e finita nel fango di via Filippo Turati a Mezzate (frazione di Peschiera Borromeo). Julia, discendente dei signori di Milano e nipote del ministro Sforza, viveva in un mondo di agi, danza classica e poesie scritte sul diario. Un mondo che si è schiantato contro l’Alfetta di Giorgio Invernizzi e Fabrizio Demichelis, ventenni universitari, studenti “falliti” del recupero anni, uniti da un legame simbiotico e oscuro.

L’inchiesta giudiziaria di quello che oggi le cronache chiamerebbero femminicidio (termini che allora non era ancora stato coniato) ha svelato una premeditazione lucida, quasi geometrica. Invernizzi e Demichelis non erano militanti politici strutturati, ma “cani sciolti” che orbitavano attorno a piazza San Babila, attratti dal culto della forza e delle armi. Il loro obiettivo era il denaro: 400 milioni di lire di riscatto da estorcere alla famiglia Sforza. All’inizio avevano ipotizzato persino una somma ben più alta.

Nel bagagliaio dell’auto avevano già tutto l’occorrente per compiere l’orrore: blocchi di cemento, catene e una siringa. Il progetto però non prevedeva, già dal principio, alcuna liberazione dell’ostaggio. L’idea era eliminare Julia con un’iniezione d’aria per poi inabissarla nel Ticino. Per i due, uccidere era un atto di affermazione: “Quando siamo insieme diventiamo invincibili”, avrebbero dichiarato in seguito.

Quel maledetto venerdì pomeriggio, Julia uscì di casa con l’eleganza dei suoi sedici anni: completo nero, camicetta di seta e un profumo costoso. Credeva in un ritorno di fiamma con Giorgio, il suo grande amore idealizzato. Invece, si ritrovò prigioniera di una recita macabra. Con Giorgio, ad attenderla, c’era anche Fabrizio. I due le chiesero di incidere un nastro: “Ciao mamma, sto bene”. Doveva essere il primo segnale per il finto sequestro, presentato alla ragazza come uno scherzo, una goliardata per spillare soldi ai parenti.

Ma Julia non era complice. Quando comprese il pericolo, quando vide la mazza di plastica spuntare dai sedili, tentò una fuga disperata nel fango. Perse una scarpa, inciampò nei suoi tacchi che – a quell’età – non era affatto abituata a portare. Non ci fu pietà. Fu raggiunta da quattro colpi di pistola che la colpirono al volto, al collo e al fianco. Il cadavere venne abbandonato tra i rifiuti, all’ingresso del bosco.

Il dettaglio più atroce riguarda le ore successive al delitto. Mentre il corpo di Julia giaceva tra le sterpaglie, Invernizzi e Demichelis si presentarono in via Pisacane dalla madre della ragazza. Recitarono la “commedia dell’apprensione”, offrendosi di vendicare Julia qualora le fosse successo qualcosa. Una messinscena che durò poco: convocati in Questura il giorno successivo, crollarono sotto il peso delle loro stesse contraddizioni, iniziando un rimpallo di colpe che non servì a evitare il massimo della pena.

Il processo fu un evento mediatico senza precedenti per la Milano “bene” di allora. Una giuria popolare composta da sei donne condannò entrambi all’ergastolo, verdetto confermato definitivamente nel 1983. In aula, Demichelis guardò le giurate con disprezzo, dichiarando che della condanna “non gliene importava niente”.

Oggi, di Julia resta quella lapide nel Carengione e il ricordo di una Milano violenta che non risparmiò nemmeno i suoi figli più privilegiati. Un delitto “laide et vilaine”, brutto e volgare, commesso da chi, per sentirsi “divinità”, scelse di spegnere la vita di una ragazzina che, sul diario, scriveva poesie d’amore per il suo assassino.

Perché sei bello
perché ti amo
perché sei come un’ombra
perché per me sei il sole
perché per me sei la luna e le stelle
perché sei tutto
,
tutto ciò che vedo
tutto ciò che vedi.

Perché? Forse perché sei tu.

La lapide nel bosco del Carengione, a Peschiera Borromeo