Immobili pubblici venduti e riaffittati: l’operazione che ha impoverito lo Stato

Vent’anni dopo la cessione di 396 edifici statali, emerge il flop: incassati 3,3 miliardi ma spesi il doppio. Milano simbolo del disastro.

Milano – Un’inchiesta sui conti pubblici ha rivelato il fallimento di una strategia immobiliare che avrebbe dovuto salvare l’Italia dal debito. Nel 2004, sotto la guida del ministro Tremonti, lo Stato decise di cedere centinaia di palazzi storici a fondi privati, pur mantenendone l’utilizzo come affittuario. Vent’anni dopo, l’esito è chiaro: un disastro finanziario per le casse pubbliche, un affare straordinario per gli investitori.

A Milano, il monumentale palazzo di via Moscova racconta questa vicenda. Sede da ottant’anni dell’Agenzia delle Entrate e di altri uffici fiscali, l’edificio in travertino bianco di 60mila metri quadrati passò nel 2004 a un fondo controllato da Investire Sgr per 174,6 milioni. Due decenni di canoni d’affitto sono costati allo Stato 237,2 milioni, cui vanno aggiunti ulteriori investimenti per restauri. Oggi vale almeno 500 milioni secondo gli esperti del settore.

Il contratto è terminato nel 2022 e il proprietario, dopo una battaglia legale vinta in tribunale, prepara la riconversione dell’immobile in complesso di lusso. Gli impiegati pubblici dovranno spostarsi in zone periferiche come il Lorenteggio, con grave disagio per i contribuenti milanesi che dovranno raggiungere sedi lontane dal centro.

L’idea nacque dopo l’11 settembre 2001. Il governo Berlusconi, con decreto d’urgenza firmato dal ministro Tremonti, decise di monetizzare il patrimonio edilizio statale. Le motivazioni ufficiali: alleggerire il debito nazionale ed eliminare costi di gestione giudicati eccessivi. Perché mantenere un edificio pubblico costasse dieci volte più che nel privato rimase un mistero mai chiarito.

Tre anni dopo prese forma il Fondo Immobili Pubblici: quasi 400 edifici, per oltre tre milioni di metri quadrati concentrati nei centri urbani più pregiati, vennero conferiti a un fondo gestito da soggetti privati. Quattro istituti bancari internazionali coordinarono l’operazione, affidando la gestione a Investire Sgr.

Il meccanismo di stima dei valori immobiliari solleva interrogativi. Anziché affidarsi ai propri periti, lo Stato permise che fosse Investire Sgr – il futuro gestore – a selezionare i valutatori. La società americana Reag quantificò il patrimonio in 3,6 miliardi, ridotti a 3,3 con uno sconto prefissato. Gli stessi tecnici dell’Agenzia del Territorio, pur lavorando frettolosamente e senza ispezioni approfondite, stimarono invece 4,2 miliardi. La discrepanza venne sostanzialmente ignorata.

I magistrati contabili rilevarono tempestivamente le anomalie: le banche consulenti avevano privilegiato gli interessi commerciali rispetto a quelli pubblici, mentre i periti statali avevano operato sotto pressione temporale, rinunciando ai controlli necessari. La conclusione della Corte dei Conti fu netta: l’affare penalizzava gravemente l’Erario.

Gli edifici ceduti – occupati da uffici fiscali, forze dell’ordine, ministeri ed enti previdenziali – non vennero liberati. Lo Stato trasformò la proprietà in locazione, impegnandosi a versare 270 milioni annui per diciotto anni rinnovabili. L’importo, superiore ai valori di mercato secondo le stesse stime ufficiali, raggiunse i 294 milioni nel 2013 per effetto dell’indicizzazione. Come ammise pubblicamente nel 2022 il vertice dell’Inps, affittare strutture alternative sul libero mercato risultava più economico.

Intanto Investire Sgr rivendeva progressivamente gli immobili a terzi, inclusa la prestigiosa ex sede romana dell’Inps in piazza Augusto Imperatore, trasformata nell’hotel Bulgari. L’acquirente nel 2020 fu la holding immobiliare Benetton, che casualmente detiene quote significative della stessa Investire Sgr: un intreccio societario che ha permesso alla famiglia veneta di comparire simultaneamente tra venditori e compratori.

Scaduto nel 2022 il periodo contrattuale originario, solo 159 edifici su 396 sono stati effettivamente dismessi. Per i restanti 215 l’amministrazione pubblica continua a pagare canoni, sia a Investire Sgr che ai nuovi proprietari subentrati.

In un paradosso assoluto, lo Stato ha dovuto ricomprare 22 immobili precedentemente venduti, spendendo 400 milioni complessivi. La giustificazione ufficiale: rappresenta l’unica strategia per contenere le uscite annuali di 20 milioni in locazioni. Le spese di manutenzione, che secondo la narrazione del 2004 dovevano essere eliminate con la privatizzazione, sono rimaste interamente a carico pubblico.

Il bilancio complessivo è devastante: contro un incasso iniziale di 3,3 miliardi, lo Stato ha erogato 5,4 miliardi in affitti, più i 400 milioni per i riacquisti, più i costi manutentivi mai quantificati ufficialmente. Totale accertato: oltre 6 miliardi di euro. E il contatore continua a girare per i numerosi contratti ancora attivi.

Il debito pubblico nazionale, che l’operazione avrebbe dovuto alleggerire, è nel frattempo più che raddoppiato: da 1.400 miliardi del 2004 agli oltre 3.000 attuali.