Il salasso dei centri estivi per le famiglie: costano in media 200 euro a settimana

Da quelli gestiti dai Comuni a quelli privati: i costi sono proibitivi per molti e i ragazzi meno abbienti hanno difficoltà a accedere.

Roma – I centri estivi: un salasso continuo per le famiglie! Terminata la scuola, è iniziato il problema dei centri estivi. Si tratta di luoghi per far trascorrere le prime spensierate giornate di svago, in attesa delle vacanze con i genitori al mare o in montagna e fino all’inizio del nuovo anno scolastico. Sono servizi di accoglienza e svago, gestiti dai comuni, associazioni o cooperative, ma anche da privati. Una vera e propria ancora di salvezza per molte famiglie, che quando finisce la scuola vanno nel panico.

Quelli gestiti dai Comuni rappresentano una continuità educativa e formativa, accompagnata da attività ludico-sportive o culturali. Hanno un loro costo per accedervi che varia a seconda dei casi. Poi ci sono i centri estivi parrocchiali che sono capillarmente diffusi su tutto il territorio nazionale. Sono rivolti ai bambini piccoli e a quelli più grandi. Sono un toccasana per molte famiglie che, altrimenti, non saprebbero a che santo votarsi. L’aspetto negativo è rappresentato dal fatto che, spesso, le famiglie li vedono come “parcheggi” per far sostare i loro figli. Ma i servizi educativi, la scuola in primis, trasmettono un forte valore sociale e culturale e sono anche un servizio necessario per le famiglie più bisognose.

La scuola, purtroppo, è poco considerata dalla classe politica, occupando un ruolo secondario. Conferma questa valutazione la constatazione della scarsezza degli investimenti. L’Italia ha la particolarità di essere in Europa lo Stato con più giorni di lezioni scolastiche, ma anche tra i più vacanzieri. In questo caso alle famiglie non resta che rivolgersi ai centri estivi, un arcipelago talmente variegato, che si trova di tutto e di più. I prezzi sono variabili, fino a raggiungere i 200 euro settimanali o essere più a buon mercato. Dipende se nel pacchetto è compreso il pasto caldo o precotto, la presenza o meno delle attrezzature sportive, zone verdi o solo campi di… cemento. Quei bambini o giovani adolescenti sfigati, senza nonni che avrebbero potuto dedicarsi a loro, senza seconde case al mare o in montagna (per tanti è buona grazie averne una), sono costretti ad accettare quello che c’è.

Generalmente si effettuano attività culturali e artistiche, accompagnate da gare sportive con tornei organizzati ad hoc. Infine, esiste una fiorente (si fa per dire) attività artigianale per la produzione di coppe e trofei. Si tratta di iniziative, pur lodevoli, ma su cui il controllo pubblico è totalmente assente e la qualità del servizio lasciata alla discrezione di chi lo eroga. A strutture adeguate se ne alternano altre che invece non lo sono, a operatori competenti e qualificati, volontari o giovani praticanti spesso sottopagati ai quali è affidata una responsabilità educativa che non sono in grado di affrontare. La situazione generale dei centri estivi manifesta una duplice ambivalenza. Da un lato, soprattutto in quelli privati è prevalsa la logica mercantile, che si ripercuote, come sempre, sulla categoria lavoro.

Quindi ci troviamo di fronte a salari contenuti allo scopo di ottimizzare i guadagni. Nel caso di centri estivi comunali, gestiti da associazioni o cooperative la situazione è complicata. Si cerca di offrire un servizio per le fasce della popolazione meno abbienti perché questa è la loro mission.  Per fare questo ci si avvale di volontari o salariati con paghe risibili, altrimenti molti utenti non sarebbero in grado di far fronte alle rette, col rischio di offrire un’offerta di servizi inefficace. Un sistema che ancora una volta non perde occasione di mostrare la faccia feroce, col suo dominio di classe, in barba ai diritti più elementari sanciti dalla nostra Costituzione. A pagare il prezzo più salato sono sempre gli stessi da quando è nato l’uomo, ovvero gli svantaggiati, i sottoproletari, i precari, i disperati, gli spiantati, i miserabili! Antonio Zarra

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