Il proiettile invisibile che ha ucciso Marta Russo

La morte della giovane studentessa rimane uno dei casi più controversi della cronaca italiana: nessuna arma, nessun movente e una condanna che ancora non convince tutti.

Roma – È una mattina di sole sulla Capitale. Marta Russo ha ventidue anni appena compiuti, studia giurisprudenza alla Sapienza e cammina accanto alla sua amica Jolanda Ricci lungo i vialetti della città universitaria, tra le facoltà di Scienze Politiche e Giurisprudenza, uno di quei luoghi che si danno per scontati, quasi sacri nella loro quiete quotidiana.

Sono le 11.42 di venerdì 9 maggio 1997 quando Marta Russo crolla a terra come se le gambe cedessero all’improvviso. Un proiettile calibro 22, a punta cava, le ha appena perforato la nuca dietro l’orecchio sinistro, frantumandosi in undici schegge che devastano l’encefalo in modo irreversibile. Qualcuno parla di un colpo attutito, come sparato con il silenziatore. Marta viene trasferita al Policlinico Umberto I in condizioni disperate.

Quattro giorni dopo, il 13 maggio, viene dichiarata la morte cerebrale. I genitori, nonostante il dolore, acconsentono all’espianto degli organi.

Roma si ferma. Ai funerali, officiati all’interno dell’ateneo, sfilano Romano Prodi, Walter Veltroni, Luciano Violante e Luigi Berlinguer. Papa Giovanni Paolo II ricorda la ragazza durante l’Angelus. I media si gettano sul caso con un’attenzione che rasenta il morboso. Marta Russo è sepolta nel riquadro 85 del Cimitero del Verano.

Università “La Sapienza” di Roma

Le indagini partono cercando in tutte le direzioni: l’ex fidanzato, il terrorismo, uno scambio di persona, un colpo accidentale. Nessuna pista regge. La svolta tecnica arriva dalla ricostruzione in tre dimensioni della scena del crimine, realizzata con tecnologie laser normalmente usate per il restauro architettonico: è la prima volta in Italia. La traiettoria del proiettile punta verso una finestra al primo piano della facoltà di Giurisprudenza: l’aula 6 dell’istituto di Filosofia del Diritto.

Sul davanzale viene trovata una particella composta da bario e antimonio, classificata come residuo di sparo. Ma quella perizia, fondamentale per indirizzare l’inchiesta, verrà di fatto cancellata dalla Corte di Cassazione nel corso dei processi successivi, perché ritenuta scientificamente non conclusiva.

Intanto il cerchio si stringe attorno alle persone presenti in quell’aula quella mattina. A fare i nomi decisivi è Gabriella Alletto, dipendente dell’istituto, che viene interrogata tredici volte. Inizialmente nega tutto.

Poi, dopo un interrogatorio di dodici ore che susciterà durissime polemiche (Radio Radicale manderà in onda la registrazione in cui la donna giura sui propri figli di non essere mai stata in quell’aula) mentre due Pm la minacciano di incriminarla per omicidio, cambia versione. Racconta di aver visto un bagliore, poi un tonfo e di aver visto Giovanni Scattone con una pistola nera in mano, successivamente infilata in una borsa portata via da Salvatore Ferraro.

scattone
Giovanni Scattone

Scattone ha ventinove anni, Ferraro appena uno in più. Entrambi sono assistenti universitari, entrambi proclamano la propria innocenza dal primo interrogatorio e non cambieranno mai versione. Vengono arrestati nella notte tra il 14 e il 15 giugno. Manca l’arma, che non sarà mai trovata. Manca il bossolo. Manca soprattutto il movente. L’accusa costruisce la tesi del “delitto perfetto”: i due avrebbero voluto dimostrare che un omicidio senza prove fosse possibile, forse durante una lezione teorica sul tema. Il professor Gaetano Carcaterra, titolare della cattedra, smentisce: quella mattina in aula non si parlava di delitto perfetto, ma di strategie difensive, e il programma lo decideva lui.

Salvatore Ferraro

Si apre una stagione processuale estenuante: cinque gradi di giudizio in sei anni, due appelli, due pronunce della Cassazione. Le pene oscillano, le testimonianze vengono rimesse in discussione, le perizie balistiche si contraddicono a vicenda. Il verdetto definitivo arriva il 5 dicembre 2003: Scattone è condannato a cinque anni e quattro mesi per omicidio colposo, Ferraro a quattro anni e due mesi per favoreggiamento. Pene già quasi integralmente scontate tra carcere preventivo e domiciliari. L’usciere Francesco Liparota, condannato e assolto più volte, viene definitivamente prosciolto.

Per la legge il caso è chiuso. Ma le ombre non si dissolvono. Scattone, uscito di prigione nel 2004, ha pagato circa trecentomila euro di spese processuali. Oggi lavora come avvocato. Ha fondato con altri ex detenuti un gruppo musicale e un’associazione per i diritti di chi ha subito ingiustizie.

A quasi ventinove anni da quella mattina di maggio, la morte di Marta Russo resta inchiodata a una verità giudiziaria che non ha mai del tutto convinto. Nessuna arma, nessun movente accertato, una testimonianza ritrattata e poi riconfermata (sotto pressione). Sono le parole di Gabriella Alletto a giustificare la condanna di Scattone e Ferraro.

Gabriella Alletto

Non c’è altro. E quella domanda senza risposta – chi ha sparato e, soprattutto, perché – continua a girare nei corridoi della Sapienza come un’eco che non trova parete su cui rimbalzare.