Il padre che sfida la volontà del figlio

Tra affetti fragili e aule di tribunale, un ragazzo di dodici anni ripete ciò che per lui conta davvero: restare dove si sente al sicuro.

Catania – C’è un ragazzino di dodici anni al centro di una battaglia legale che si trascina tra i tribunali di Catania. Lo chiamano Salomone negli atti. Frequenta la prima media, ha i suoi affetti, la sua scuola, la sua vita. E ha un desiderio preciso, che ha espresso con chiarezza a chiunque gliel’abbia chiesto: vuole restare con sua madre.

Suo padre la pensa diversamente. Ha presentato istanza alla Corte d’Appello di Catania, Sezione Minori e Famiglia, chiedendo che il figlio venga collocato in una casa-famiglia a Modica. Una richiesta che i legali della madre, l’avvocato Giuseppe Lipera e l’avvocato Graziella Coco, definiscono non solo contraria all’interesse del minore, ma dannosa sotto ogni profilo: affettivo, relazionale e scolastico.

L’udienza del 19 febbraio davanti al collegio presieduto dal dottor Massimo Escher non ha prodotto una decisione immediata. La Corte ha scelto di fermarsi su una questione preliminare di natura giuridica: capire se la richiesta del padre si configuri come una semplice istanza attuativa di quanto già stabilito in sentenza oppure come una domanda che ne modifica il contenuto. Non è un dettaglio formale. Dalla risposta dipende il perimetro entro cui la Corte può agire, anche perché la sentenza impugnata è già al vaglio della Cassazione, con udienza fissata per il 5 maggio 2026. Le parti avranno ora tempo per depositare memorie difensive che aiutino il collegio a orientarsi.

All’udienza erano presenti anche i Servizi Sociali del Comune di Catania, chiamati a riferire sulla situazione del minore. La loro relazione ha confermato ciò che il ragazzo ripete da tempo: il rifiuto di trasferirsi dal padre è netto e persistente. I servizi hanno inoltre precisato che, indipendentemente da ogni altra valutazione, nel territorio di Modica non risulta attualmente disponibile alcuna struttura idonea ad accoglierlo. L’unica casa alloggio segnalata si trova nel Comune di San Gregorio.

Il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Catania aveva già depositato il proprio parere scritto, concludendo per il rigetto dell’istanza paterna. Le ragioni sono chiare: trasferire il ragazzo in una comunità non corrisponde al suo interesse primario né risponde a un’esigenza concreta e attuale. Tutt’altro. Il minore ha appena iniziato un nuovo ciclo scolastico, con tutto ciò che questo comporta in termini di adattamento e costruzione di nuovi equilibri. Strapparlo da questo contesto, oltre che dalla madre, significherebbe infliggergli un danno difficilmente riparabile.

La madre è stata sentita direttamente dalla Corte. Con evidente commozione ha ribadito un concetto semplice: il bene di suo figlio non può coincidere con un collocamento in comunità. Ha assicurato la propria disponibilità a garantirgli stabilità, continuità affettiva e sostegno nel percorso di crescita. Parole che i suoi difensori hanno fatto proprie, chiedendo che ogni futura decisione tenga conto della volontà del ragazzo e del suo diritto ad essere ascoltato, diritto riconosciuto dalla legge e ribadito dalla giurisprudenza in materia minorile.

L’avvocato Giuseppe Lipera

L’avvocato Lipera, a margine dell’udienza, non ha usato giri di parole, definendo la richiesta del padre semplicemente contronatura. Un genitore che chiede per il proprio figlio il collocamento coatto in una struttura, contro la volontà esplicita del ragazzo e il parere della pubblica accusa, è uno scenario che fatica a trovare giustificazione al di fuori delle aule di tribunale. Ora si attende che le parti depositino le proprie memorie, poi la Corte si pronuncerà. E in ogni caso, a maggio, sarà la Cassazione ad avere l’ultima parola.