Il medico che disse “no” ai clan: Paolo Giaccone e l’impronta della verità

Il medico legale del Policlinico di Palermo fu ucciso da Cosa nostra per non aver tradito la scienza. Oggi la città lo ricorda.

Palermo – Ci sono uomini che con una sola firma decidono da che parte stare, e la pagano con la vita. Paolo Giaccone era uno di questi. Medico legale, direttore dell’Istituto di Medicina Legale del Policlinico di Palermo, fu freddato da Cosa nostra la mattina dell’11 agosto 1982, mentre attraversava i viali alberati dell’ateneo per raggiungere il suo studio. Cinque colpi di pistola per un solo, semplice gesto: aver detto no. Aver rifiutato di piegare la scienza al volere dei clan. Oggi, a 44 anni di distanza, Palermo si è stretta attorno al cippo eretto in sua memoria per non dimenticare.

La sua colpa, agli occhi della mafia, era una sola: essere un uomo onesto fino in fondo. Nel dicembre del 1981 Giaccone aveva ricevuto dalla Procura l’incarico di esaminare un’impronta digitale lasciata da uno dei killer della strage di Bagheria, il commando che il giorno di Natale aveva seminato il terrore per le strade uccidendo il boss di Villabate Giovanni Di Peri, Biagio e Antonino Pitarresi e l’innocente Onofrio Valvola, colpito per puro caso.

Quell’impronta era l’unica prova capace di inchiodare gli assassini. E puntava dritta verso Giuseppe Marchese, esponente di primo piano della cosca di corso dei Mille, nipote del sanguinario boss Filippo Marchese. Al professore arrivarono pressioni e minacce perché “aggiustasse” le conclusioni della perizia dattiloscopica. Ma Giaccone non cedette: confermò l’esito del proprio lavoro e permise così l’identificazione del killer, condannato poi all’ergastolo.

Articolo de “Il Giornale di Sicilia” sull’omicidio di Paolo Giaccone

Per Cosa nostra fu una sentenza di morte. L’11 agosto 1982 il medico, 53 anni, fu raggiunto da due sicari e ucciso a colpi di pistola. Solo più tardi il pentito Vincenzo Sinagra avrebbe svelato i dettagli dell’agguato, indicando come esecutore materiale il killer Salvatore Rotolo, finito anche lui all’ergastolo. Giaccone non era soltanto un docente universitario stimato: aveva contribuito a fondare il Centro Trasfusionale del Policlinico e per questo, ogni anno, l’Avis dedica alla sua memoria le giornate di donazione del sangue.

Nel giorno dell’anniversario, davanti al cippo del Policlinico Universitario che oggi porta il suo nome, si sono ritrovate autorità accademiche, sanitarie, militari e civili, insieme a una rappresentanza di studenti. Il sindaco di Palermo Roberto Lagalla lo ha ricordato come “un uomo che ha fatto fino in fondo il proprio dovere, con rigore professionale, senso dello Stato e integrità morale”, un medico che “aveva scelto di non piegare la propria professionalità a nessuna convenienza”.

Il Policlinico Universitario di Palermo è intitolato a Paolo Giaccone

Sulla stessa linea il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani: “Rifiutandosi di falsificare una perizia a favore di un clan mafioso, Giaccone rimase fedele ai doveri della propria professione e ai principi di legalità. Il suo sacrificio rappresenta un riferimento per quanti, nelle istituzioni e nella società, operano ogni giorno in difesa dello Stato di diritto”.

A 44 anni da quei cinque colpi, la sua storia resta un monito semplice e potente: la verità non si contratta. E c’è chi, pur di difenderla, ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.