L’ex editore dell’Avanti, detenuto dal 10 agosto perché considerato il mandante dell’attentato a Ranucci, condivide il reparto con i tre presunti esecutori materiali.
Roma – Da settimane, nelle celle di alta sicurezza di Rebibbia, si respira un clima di tensione attorno a Valter Lavitola. L’ex editore si trova recluso nello stesso istituto di Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello e Saverio Mutone, i tre uomini legati alla criminalità avellinese arrestati il 30 giugno scorso perché ritenuti gli esecutori materiali dell’attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci, conduttore di Report.
Secondo l’accusa, i tre sarebbero stati reclutati da Clesio Gomez Tavares, uomo di fiducia dello stesso Lavitola, e avrebbero piazzato l’ordigno davanti all’abitazione del giornalista.
Alcune intercettazioni, raccolte dopo una perquisizione subita da Lavitola, avevano già restituito un quadro di rabbia crescente tra i tre detenuti: si sentivano lasciati soli a rispondere delle conseguenze giudiziarie, convinti che il vero responsabile restasse fuori dal carcere, protetto da mezzi economici e relazioni influenti. In alcuni passaggi captati dagli investigatori, i tre avevano lamentato di essere stati usati come semplici manovalanza, mentre chi aveva ideato e finanziato l’operazione ne avrebbe tratto vantaggio rimanendo indenne. Toni diventati ancora più duri dopo un servizio televisivo sulla posizione di libertà di Lavitola, con riferimenti a un presunto accordo economico non rispettato e a propositi di resa dei conti una volta fuori.
In questo clima si inserisce quanto riportato ieri da Il Messaggero: nel tardo pomeriggio, all’interno del carcere romano, Lavitola sarebbe stato aggredito e successivamente medicato. Sull’episodio sono attesi accertamenti e non si esclude l’apertura di un fascicolo d’indagine per stabilire se il gesto sia legato proprio ai rancori maturati nella convivenza forzata con il presunto mandante.
Di segno opposto la versione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, che smentisce categoricamente: nessuna aggressione sarebbe avvenuta ai danni del detenuto.
Sulla vicenda sono intervenuti anche gli avvocati di Lavitola, Sergio e Arturo Cola, dopo aver sentito il loro assistito: riferiscono che sta bene e non presenta segni di percosse, ma annunciano una richiesta alla Procura della Repubblica per ottenere la nota della polizia penitenziaria di Rebibbia sulla presunta aggressione. I legali sottolineano come la detenzione di Lavitola in un reparto di alta sicurezza, riservato a soggetti accusati o condannati per reati di mafia, lo esponga comunque agli stessi rischi che avrebbero causato l’episodio contestato, e per questo ritengono che solo la verifica dei pubblici ufficiali in servizio nel carcere possa stabilire la verità.