Si parla di centinaia di miliardi che stanno riducendo sul lastrico le famiglie italiane. C’è chi lucra e ingrassa sul bisogno peggio degli strozzini.
La situazione economica delle famiglie italiane è assai critica come confermano le analisi di molti istituti di ricerca e la stessa cronaca quotidiana. Non è un fenomeno apparso all’improvviso ma da almeno un decennio questa gravissima carenza di risorse sta logorando le famiglie che, per sbarcare il lunario, sono costrette a fare i salti mortali.
E di spese accessorie o ferie non se ne parla nemmeno.
Per tirare avanti milioni di famiglie si indebitano rivolgendosi al credito al consumo, entrando dunque in una spirale perversa e pericolosa da cui si rischia di non uscirne. L’associazione Artigiani e Piccole Imprese di Mestre (CGIA), sempre puntuale e rigorosa nelle sue analisi del suo Ufficio Studi, ha presentato un report sul tema.
Pare che nel 2025, non considerando i mutui, le famiglie italiane hanno stipulato contratti di debito per circa 178 miliardi di euro. La crescita rispetto ad un decennio fa è stata del 62%, pari a 68 miliardi di euro. Aggiungendo i mutui per un valore di 447,5 miliardi di euro, si arriva alla ragguardevole cifra di 612,6 miliardi.
L’Ufficio Studi ha precisato che l’ammontare dei mutui non è stato riportato trattandosi di un investimento a durata prolungata che incrementa il valore dell’immobile. I motivi per cui ci si indebita sono vari, tra cui: esigenza rapida di denaro per un esborso non previsto o perché è l’unico modo per arrivare alla fine del mese; necessità di un’auto, mobili, elettrodomestici.
Ad esacerbare la situazione ci pensa l’inflazione che ha dato il colpo di grazia con l’erosione del potere d’acquisto. Infatti salari, stipendi e pensioni sono fermi da almeno 30 anni, al contrario i costi dei servizi e beni si sono incrementati in maniera esponenziale.
Un meccanismo per cui il ceto medio, per avere lo stesso tenore di vita, ricorre al debito con banche e finanziarie. Il 60% del PIL è composto dai consumi per famiglie. Nel breve periodo il debito può essere considerato il segnale che i cittadini avendo accesso al credito, dispongono di liquidità per fare acquisti e, quindi, in un certo senso, si fa girare l’economia.
Tuttavia c’è anche un risvolto negativo: aumentando il debito in maniera più celere dei salari significa che le famiglie arrancano e dunque sono costrette a rivolgersi ai prestiti. Ora se il rapporto tra il debito contratto e le entrate di una famiglia resta tollerabile, può essere visto come una situazione fisiologica.
Però se l’esposizione debitoria non è più gestibile il debito diventa inesigibile con effetti deleteri per tutta l’economia. Non poteva mancare la classifica delle regioni più esposte. In testa l’Umbria, poi Toscana, Sicilia. Quelle con meno problemi sono il Friuli Venezia Giulia, Basilicata e Trentino-Alto Adige. La media nazionale di indebitamento si aggira sui 6.657 euro.

Siracusa è la provincia più esposta, seguita da Massa-Carrara, Lodi e Pistoia. Le città che si sono indebite meno delle altre sono state Trento, Sondrio, Bolzano. All’atto pratico, comunque, ricorrere al debito a banche e/o finanziarie è un atto svantaggioso a prescindere. Innanzitutto perché i tassi di interesse oscillano, secondo i dati, tra il 7% e il 14%, uno strozzinaggio camuffato.
Infatti nel calcolo rientrano non solo gli interessi nominali ma anche commissioni, spese e penali collegate all’erogazione del credito. D’altronde le banche fanno il loro mestiere, è la politica che dovrebbe gestire la complessità ma i nostri governanti non sarebbero in grado di amministrare nemmeno un condominio, figurarsi un Paese malandato come il nostro.
L’aumento dei salari dovrebbe essere il punto principale nell’agenda politica. Inoltre perché non estendere a tutti i cittadini le agevolazioni che la filiale di Intesa San Paolo a Montecitorio riserva a deputati e senatori su mutui e prestiti? Misteri della politica italiana…


