Milioni di italiani costretti a casa

Il 48,5% ovvero 24,2 milioni di persone è costretto a rimanere in casa perché al contrario si andrebbe fuori del proprio budget familiare.

“L’estate sta finendo e un anno se ne va, sto diventando grande lo sai che non mi va” è il celebre refrain cantato dai Righeira nel 1985. La canzone racconta la malinconia tipica che si avverte quando finiscono le vacanze. Siamo nel pieno degli anni’80, dell’“edonismo reaganiano” più sfrenato, della “Milano da bere” e degli “yuppies”, giovani professionisti rampanti concentrati solo carriera e guadagno finanziario.

E’ l’epoca del consumismo, del successo personale, dove l’immagine e l’apparire diventano valori centrali e andare in ferie era una consuetudine della maggioranza della popolazione. In questa bollente estate 2026 molti italiani sono stati costretti, invece, a trascorrerle nel salotto di casa.

Per chi non aveva il condizionatore il periodo è stato peggiore che per altri, come si può immaginare. Il diritto alle ferie retribuite esiste ed è garantito per legge a ogni lavoratore dipendente. Il fatto è che le ferie sono state considerate tali non solo perché si aveva un periodo di riposo dal lavoro, ma anche perché ci si spostava dal proprio luogo abituale.

Era la conferma della mobilità dei lavoratori con un potere d’acquisto idoneo. Ora il cosiddetto “ascensore sociale” si è bloccato ed anche il ceto medio retrocede rovinosamente. I salari non crescono da almeno 30 anni, secondo i dati di più fonti autorevoli e l’aumento vertiginoso dei prezzi del settore turistico insieme al rincaro del carburante, dunque nemmeno Mandrake riuscirebbe ad andare in vacanza!

Le cifre diffuse da vari enti di ricerca come Istat, Federalberghi, Facile.it, YouGov, non danno adito a dubbi.  Il 9% della cittadinanza, pari a circa 4,4 milioni di lavoratori ha rinunciato totalmente alle vacanze estive perché il “piatto piange”.

Il 48,5%, ossia 24,2 milioni di persone è costretto a restare in casa perché al contrario si andrebbe fuori del proprio budget familiare. Poi ci sono coloro che non riescono a frenare il bisogno spasmodico di partire per le vacanze e sono disposti a tutto, infatti ricorrono ai prestiti.

Quei pochi fortunati che riescono ad andare in vacanza, spesso non vanno troppo lontano dal luogo di residenza e devono fare i conti della serva per far fronte alle spese. Quindi riduzione della permanenza o ricerca di offerte convenienti. Nel periodo di ferragosto la spesa media per notte è aumentata del 18% rispetto al periodo prima della pandemia, cifra che include rincari su alloggi, vitto, trasporti.

Sarebbe bello ma costa troppo…

Gli italiani sono stati sempre adusi al credito al consumo. Tuttavia, negli anni ’90, salari e stipendi erano in aumento quindi ci si indebitava in quanto si poteva poi estinguere il debito. Oggi il quadro socioeconomico si è trasformato rispetto a 30 anni fa.

L’Istat ci dice che 2/3 della spesa di ogni famiglia è formata da costi fissi e inderogabili come affitto o mutuo, vitto e bollette. Col reddito avanzato a stento si riesce a fare il pieno di carburante! Inoltre poiché la narrazione corrente definisce le ferie uno strumento importante per la salute mentale, chi è costretto a rinunciarvi avverte una profonda insoddisfazione e una sensazione di emarginazione.

Il credito al consumo viene richiesto per sopperire all’erosione del potere d’ acquisto. Il ritorno alla cosiddetta “vita normale” è peggiore della partenza. Infatti il bilancio familiare, a causa del prestito, diventa ancora più magro.

Senza la crescita dei salari e una riduzione dei costi in generale, il pericolo è la diffusione nel lungo periodo dello stato di dissesto finanziario. Povere famiglie italiane: sono messe proprie male.