I governi ci prendono per i fondelli e non c’è accordo internazionale che tenga. Intanto la gente muore, la terra brucia e il territorio cade a pezzi.
Non si tratta del fervore o della grande eccitazione che, a volte, colpisce i più giovani quando esprimono le proprie emozioni in modo passionale ed esuberante. Nel caso in questione si intendono i “bollenti spiriti” del cambiamento climatico col caldo torrido che ha segnato il 2026.
A dire il vero sono anni che quando inizia la stagione del solstizio d’estate viene definita la più calda di sempre, come non mai in precedenza.
Al di là di questo l’Unep, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, ha lanciato l’ennesimo allarme con un nuovo studio secondo cui, nel caso migliore la temperatura sarà dell’1,8°C. Altro che 1,5°C dell’Accordo di Parigi, un trattato vincolante siglato nel 2015.
Se dopo 11 anni la situazione è peggiorata, vuol dire che l’accordo vincolante non lo è stato per niente e che non è stato fatto praticamente nulla per la riduzione delle emissioni, altra condizione del trattato.
Tuttavia per gli esperti, bontà loro, esistono gli strumenti per contenere il fenomeno e rientrare nei limiti di 1,5°C. Da qualche anno anche tra le segrete stanze dell’ONU è cominciata a spargersi la voce che il superamento della fatidica soglia fosse inevitabile. Ora il nuovo rapporto dell’Unep va direttamente al nocciolo del problema.
Con una temperatura superiore a 1,5°C rispetto al periodo preindustriale i rischi sono molti seri, mentre 11 anni fa ben 200 Stati avevano sottoscritto un accordo per mantenere la temperatura al di sotto di questa soglia. Ora poiché quel limite sarà superato anche nei prossimi anni la sfida sarà evitare un superamento eccessivo.
Detto in soldoni: il caldo c’è e ce lo teniamo cercando di convivere con l’innalzamento delle temperature. Tuttavia si possono fare ancora molte cose per limitare quella che sembra un’escalation inarrestabile. Infatti il report non fotografa solo la realtà ma è una sorta di vademecum per bloccarne l’avanzata. Un aspetto che gli autori hanno evidenziato è il cambiamento delle regole del gioco in corso.
Oggi i processi di gestione del cambiamento climatico devono seguire un percorso di risoluzione dei tetti, ma non si è preparati a questa evenienza. Il rapporto più che i governi mondiali sembra aver allarmato gli ambientalisti ad ogni latitudine.

Greenpeace International, ad esempio, ha evidenziato come le dichiarazioni degli esperti dell’ONU siano un atto di resa e rinuncia all’Accordo di Parigi. Mentre Climate Analytics, un noto istituto internazionale di ricerca e politica climatica e di analisi dei dati climatici, oltre che dei rischi associati per le aziende e il territorio, ha pubblicato un durissimo comunicato in cui si critica apertamente il rapporto perché sembra un invito all’abulia tanto le temperature, comunque, crescono e una legittimazione dello status quo.
Non si conoscono risposte in merito da parte dell’Unep che ha ribadito sì l’intenzione di restare nei limiti di 1,5%C, ma il problema va fronteggiato in modo diverso, dall’alto. Non ci è dato sapere il significato di quest’ultima affermazione. Se si resta alla cronaca degli ultimi 11 anni, ossia quando è stato firmato l’accordo di Parigi, nel 2015, ci si rende conto che ci hanno raccontato una serie di menzogne.
Le diatribe intellettuali meglio lasciarle agli esperti da salotto. Ai comuni mortali resta la constatazione, frutto della routine quotidiana, che pur non essendo degli esperti gli effetti dell’aumento delle temperature si avvertono eccome.
La cronaca ci ha raccontato dei tanti morti dovuti al caldo, di incendi incessanti e di eventi estremi (frane, alluvioni, smottamenti). Gli esperti discutono, la politica tace, il modo crolla. Che film…


