I segreti di Alleghe

Intrighi familiari, depistaggi e tre decenni di paura: come quattro delitti hanno riscritto la storia di un piccolo paese.

Belluno – È una mattina di maggio del 1933, il 9 per l’esattezza. Il sole fatica ancora a scalare le vette delle Dolomiti quando qualcosa spezza per sempre la quiete di Alleghe, piccolo borgo lacustre in provincia di Belluno. In una stanza dell’Albergo Centrale giace il corpo di Emma De Ventura, diciannove anni, cameriera. La gola recisa con un rasoio, una boccetta di tintura di iodio sul ripiano della mensola, intatta, chiusa, mai aperta.

I carabinieri e il medico giungono, osservano, concludono: suicidio per ragioni di cuore. La ragazza avrebbe ingerito il veleno e poi, non sopportandone il bruciore, avrebbe preso il rasoio. Eppure qualcosa non torna. La boccetta è ancora sigillata. Il rasoio è adagiato con cura, quasi rimesso al suo posto da mani ordinate. Chi si toglie la vita pensa davvero a riordinare la stanza?

I genitori di Emma non ci credono. Non hanno mai visto nella figlia i segni di chi vuole morire. Ma l’Italia del 1933 è quella che è e le parole di due genitori di campagna pesano poco davanti a una perizia firmata. La verità, quella vera, si nasconde e aspetta.

Passano sette mesi. È il 4 dicembre dello stesso anno quando due bambini che pattinano sul lago ghiacciato di Alleghe scorgono qualcosa sotto la superficie. È una donna. Si chiama Carolina Finazzer, ha venticinque anni ed è appena tornata dal viaggio di nozze con Aldo Da Tos, figlio dei proprietari dell’albergo dove Emma lavorava.

Il giorno prima della morte, Carolina telefona alla madre. Le chiede di venirla a prendere, subito, con una voce che tradisce qualcosa di più del semplice desiderio di rivedere casa.

Aldo Da Tos, al ritrovamento del cadavere, mostra una compostezza che qualcuno trova inquietante. Spiega che la moglie era sonnambula: sarà scivolata nel lago di notte, senza accorgersene. Il medico legale, però, trova il corpo asciutto all’interno, nessuna acqua nei polmoni e sul collo diverse ecchimosi scure. Segni che raccontano un’altra storia. Eppure anche questa morte viene archiviata come suicidio, e il paese torna a tacere.

Tredici anni dopo, la notte del 17 novembre 1946, due colpi di pistola riecheggiano nel vicolo La Voi. Luigi e Luigia Del Monego, gestori di uno spaccio e di una panetteria, vengono trovati senza vita la mattina dopo dal fruttivendolo che passa di lì all’alba. Erano coniugi, lavoratori, figure conosciute nel paese.

Il primo dopoguerra è caotico e gli spari notturni non destano più di tanto stupore. I carabinieri optano per la pista della rapina: dalla borsetta di Luigia mancano i soldi dell’incasso. Viene arrestato un pregiudicato locale, Luigi Verocai, che però nel 1949 viene completamente scagionato. Il caso torna nel cassetto.

C’è però chi non ha dimenticato. Sergio Saviane, aspirante giornalista, conosce Alleghe fin da bambino, ha trascorso lì molte estati, e ha conosciuto personalmente le vittime. Quando approda al settimanale romano Il Lavoro Illustrato, ottiene dal caporedattore il via libera per tornare nel paese e scavare.

Le risposte che raccoglie sono evasive, i volti chiusi. Ma due persone lo incoraggiano ad andare avanti: la sorella di Luigi Del Monego e il barbiere del paese, un certo Cecchine, che gli dice sottovoce:

“Qui regna il terrore. Scrivi tutto, ma stai attento”.

Il 20 aprile Saviane pubblica un articolo dal titolo La Montelepre del nord, soprannome che i bellunesi riservano al paesino. Nel pezzo avanza l’ipotesi che i quattro delitti siano opera delle stesse mani. Non fa nomi espliciti, ma Aldo e Fiore Da Tos capiscono benissimo a chi si riferisce e lo trascinano in tribunale. Saviane viene condannato a otto mesi con la condizionale e a una multa salata. Paga, ma non si sente di aver torto.

L’articolo finisce però sotto gli occhi di Ezio Cesca, vicebrigadiere dei carabinieri. Il militare intuisce che la storia merita un’indagine vera e ottiene la riapertura ufficiale del caso. Si infiltra ad Alleghe sotto copertura, si muove con pazienza da cacciatore.

Individua due persone chiave: Giuseppe Gasperin, amico di lunga data dei Da Tos, e un’anziana di nome Corona Valt, che abita proprio nel vicolo dove sono stati uccisi i Del Monego. Per avvicinarsi a lei, Cesca corteggia la sua figlioccia, arriva alla proposta di matrimonio e piano piano si guadagna la fiducia della vecchia.

Corona alla fine parla. Quella notte, dice, ha visto tre sagome nel vicolo. Una di esse è Gasperin, ne è certa. Cesca allora passa all’azione: porta Gasperin a bere, lo mette a proprio agio e a un certo punto gli chiede se saprebbe usare una pistola. Ha un conto in sospeso da sistemare, è la sua scusa. L’altro abbassa la guardia e confessa tutto, ammettendo di non essere nuovo a quel tipo di lavori. Il giorno dopo Cesca lo convoca in caserma, rivela la sua identità e lo arresta. Gasperin, tradito e alle strette, fa i nomi dei complici: Pietro De Biasio e Aldo Da Tos.

A quel punto il castello di bugie crolla pezzo per pezzo. Adelina Da Tos ammette di aver ucciso Emma De Ventura con un solo colpo di rasoio, mettendo poi in scena il suicidio. Il movente, dice, è la gelosia: la cameriera avrebbe avuto una relazione con suo marito Pietro. Poi ha chiuso la boccetta di iodio, appoggiato il rasoio e lasciato la stanza.

Il giovane Aldo Da Tos era rimasto devastato da quella morte perché innamorato di Emma. Il padre lo aveva convinto a sposare Carolina Finazzer per voltare pagina. Ma durante il viaggio di nozze, Aldo non regge il peso del segreto e lo riversa sulla moglie. Errore fatale. Carolina sa troppo e i Da Tos decidono che deve sparire: la strangolano in camera da letto e gettano il corpo nel lago.

Quella notte, però, qualcuno li vede. Luigi e Luigia Del Monego transitano dal lago e assistono alla scena. Per anni tengono la bocca chiusa, per paura. Ma con la fine della guerra cominciano a confidarsi con qualche conoscente, tra cui Gasperin, che riferisce tutto ai Da Tos. A quel punto i coniugi Del Monego diventano un problema da eliminare.

L’8 giugno 1960, quasi trent’anni dopo la morte di Emma De Ventura, il tribunale pronuncia le condanne: trent’anni di carcere per Giuseppe Gasperin, ergastolo per Pietro De Biasio e per Aldo Da Tos. La Corte d’Appello e la Cassazione confermano tutto.

Aleggia però ancora un’ombra irrisolta. Alcuni ritengono che dietro il primo delitto non ci fosse solo la gelosia di Adelina, ma qualcosa di più oscuro: Emma avrebbe scoperto l’esistenza di un figlio illegittimo nella famiglia Da Tos, un segreto che qualcuno aveva tutto l’interesse a seppellire. Quella figura, se mai è esistita, non viene mai rintracciata. Alleghe custodisce ancora qualcosa che non ha detto.