“È straziante. Arrivi a un punto tale in cui speri ti diano almeno un corpo da piangere”, confessa Sara Lattuca.
Cagliari – Sei mesi di silenzi, preghiere e un’attesa logorante che oggi si trasforma in un grido d’aiuto e di ferma protesta. La sorella di Martina Lattuca, la donna scomparsa misteriosamente il 18 novembre 2025 nei pressi della spiaggia di Calamosca, ha deciso di rompere il muro di riservatezza mantenuto finora per rispetto del lavoro degli inquirenti. In una toccante e lucida intervista rilasciata a L’Unione Sarda, Sara Lattuca chiede giustizia e un’accelerazione nelle indagini sul caso, che a oggi vede un fascicolo aperto e interamente secretato presso la Procura della Repubblica, senza alcuna iscrizione nel registro degli indagati.
La ricostruzione di quella mattina di novembre delinea i contorni di un vero e proprio giallo. L’autovettura di Martina Lattuca è stata rinvenuta regolarmente parcheggiata e chiusa a chiave nei pressi della rinomata località costiera cagliaritana. I sistemi di videosorveglianza della zona hanno ripreso la donna per l’ultima volta mentre scendeva dall’abitacolo.
Indossava un piumino nero e stringeva un ombrello in mano, incamminandosi in direzione della spiaggia. Da quel momento, le tracce si interrompono bruscamente: nessun occhio elettronico copre i sentieri naturalistici adiacenti e nessun testimone ha riferito elementi utili.

L’ultimo accesso all’applicazione WhatsApp da parte di Martina risale alle ore 10 di quel 18 novembre. Il suo smartphone è risultato definitivamente spento subito dopo mezzogiorno, ma con un dettaglio che infittisce il mistero: l’ultima cella telefonica agganciata dall’apparecchio non è quella di Calamosca, bensì quella di Margine Rosso, sul litorale di Quartu Sant’Elena.
“È straziante. Arrivi a un punto tale in cui speri ti diano almeno un corpo da piangere“, ha confessato Sara Lattuca, descrivendo l’angoscia di 186 giorni trascorsi senza risposte. La donna ha rivelato di aver persino chiesto formalmente all’autorità giudiziaria di poter depositare il proprio profilo genetico, al fine di confrontarlo d’ufficio con le banche dati delle salme non identificate rinvenute sul territorio nazionale. La famiglia lamenta inoltre un forte isolamento istituzionale: l’istanza di accesso agli atti presentata dai legali sei mesi fa attende ancora un riscontro da parte dei magistrati.
La sorella della scomparsa respinge con assoluta fermezza l’ipotesi di un gesto estremo o di un allontanamento volontario, tesi inizialmente filtrate negli ambienti investigativi. Secondo la familiare, Martina non era nelle condizioni fisiche idonee a intraprendere percorsi impervi o lunghe camminate in solitaria tra i promontori rocciosi.
“Era troppo legata alla famiglia per suicidarsi”, ha rimarcato Sara, sottolineando l’assenza di lettere d’addio o di segnali di malessere nei giorni precedenti la sparizione. L’attenzione dei parenti si concentra dunque su scenari più cupi e di natura violenta. La richiesta della famiglia è che vengano analizzati capillarmente tutti i messaggi, le chat e i tabulati telefonici per capire chi vi fosse dietro quell’ultimo spostamento della cella telefonica a chilometri di distanza. “Può aver incontrato qualcuno, possono averle fatto del male e averla caricata in macchina. Lo devo a Martina e a tutte le persone che le vogliono bene. Chiedo solo giustizia“, conclude l’appello.