La prole finisce con il diventare oggetto delle insoddisfazioni di mamma e papà che litigano con chiunque pur di esaltare le doti dei figli. Specie quando non ci sono.
Liberate i ragazzi che praticano sport da padri e madri invasati! Stanno diventando numerosi i casi di cronaca in cui i genitori di ragazzi che praticano sport mentre assistono alle loro esibizioni si trasformano in ultras scatenati per esprimere il tifo verso il loro figlio. Un comportamento puerile e antisportivo che invece di favorirlo, ne neutralizza il talento e il piacere di fare sport.
E’ diventato famoso un filmato di qualche anno fa in cui. durante una gara motociclistica per ragazzi, i genitori di chi era giunto secondo al traguardo lo rimbrottarono di brutto, accusandolo di non avere gli attributi, perché doveva commettere qualche scorrettezza, anche a rischio di far cadere l’avversario, pur di vincere ad ogni costo. Lo rimproverarono per essere stato corretto e per non aver giocato “sporco”!
Genitori che litigano con chiunque capiti a tiro, allenatori e altri partecipanti sono, ahinoi, diventati un’abitudine. Persino quando si esibiscono bambini di 4-5 anni. Ad un certo punto della contesa i protagonisti diventano loro spostando l’attenzione dalla gara. Spesso il loro comportamento aggressivo scaturisce dalla convinzione che il loro figlio non sia valorizzato come meriterebbe o quando i poveri ragazzi non sono all’altezza delle aspettative dei loro genitori. Si sentano così frustrati dalla vita che perdono di vista la realtà.
E i figli diventano oggetto delle loro insoddisfazioni. Nel caso di cui sopra, la mamma con molta veemenza dichiarò che il loro figlio avrebbe dovuto impegnarsi di più, perché aveva il talento per sfondare e fare un sacco di soldi. Il figlio usato come una gallina dalle uova d’oro. Sarebbe il caso che frequentassero dei corsi per “diventare genitori”! Non è solo l’aspetto antisportivo e diseducativo ad emergere da episodi del genere, ma quello psicologico, che incide sulla salute emotiva dei giovani praticanti di sport. Né può consolare il fatto che il fenomeno non riguarda solo il nostro Paese.

Infatti secondo la British Psychological Society (BPS), l’ente rappresentativo per la psicologia e gli psicologi nel Regno Unito, i genitori facinorosi rappresentano la criticità maggiore durante le manifestazioni sportive di ragazzi e ragazze. Il comportamento di questi genitori ottiene l’effetto opposto, finendo per bloccare i bambini, producendo ansia, calo della stima personale e un rapporto insano con l’attività sportiva. I ragazzi avvertono la presenza dei loro genitori come soffocante e, alla lunga, si sentono poco motivati e possono abbandonate l’attività.
Gli studi confermano che i bambini educati in un clima familiare sereno, sviluppano un atteggiamento con cui affrontano le gare con equilibrio. Invece genitori ossessivi, critici e ansiosi trasmettono gli stessi stati d’animo ai loro figli, traducendosi in una ricerca perenne di consenso e timore della sconfitta. A quest’età lo sport dovrebbe essere un’esperienza formativa, non una lotta continua in cui si ha paura di deludere il genitore. Vietare la presenza dei genitori, come è stato fatto in alcune scuole di Londra, non è la soluzione adatta.
In teoria la presenza genitoriale dovrebbe rassicurare i bambini, se lo sport fosse, in concreto, uno spazio per la crescita salutare di tutti, dove la sconfitta non dovrebbe essere vissuta come un dramma e la vittoria ottenuta senza infrangere le regole. Uno spazio che potrebbe essere utile soprattutto ai genitori.