Il consumo eccessivo di farmaci, come l’ibuprofene, sta inquinando i mari. L’impatto ambientale e le soluzioni per ridurre il danno.
Nelle nostre società, una volta definite opulente perché si pensava che la scarsità di beni e la diffusa povertà fossero stati sostituiti da un generale benessere economico, c’è un consumo eccessivo di farmaci. Al punto che vengono pubblicizzati come qualsiasi altra merce che si può trovare sugli scaffali dei supermercati.

Dimenticando che secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) “sono una sostanza chimica, prodotta in laboratorio, che ha la capacità o almeno la possibilità di determinare una o più variazioni funzionali se introdotta in un organismo vivente. Il farmaco quindi viene assunto per prevenire o curare una malattia o un sintomo. In alcuni casi, tuttavia, può essere anche somministrato allo scopo di stabilire una diagnosi medica (ad esempio i mezzi di contrasto impiegati nella risonanza magnetica) o per ripristinare, correggere o modificare funzioni fisiologiche (ad esempio la pillola contraccettiva prescritta per impedire l’ovulazione), senza che vi sia alcuna malattia da curare. Il farmaco, per essere definito tale, deve soddisfare tre condizioni: efficacità, sicurezza e usato in modo corretto”.
Quando vengono smaltiti terminano la loro corsa nei mari, riuscendo a scansare pure i depuratori e nuocendo gravemente agli ecosistemi marini. Uno dei più consumati è l’ibuprofene che rientra nella famiglia dei farmaci antinfiammatori non steroidei, dotato di proprietà analgesica, antinfiammatoria e antipiretica. Su questo farmaco il Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa ha condotto uno studio riguardante gli effetti su alcune piante marine significative per l’ecosistema. L’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha pubblicato il Rapporto OsMed (Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali) 2023 che analizza l’uso dei farmaci, sia a livello ospedaliero che territoriale.

Ebbene, l’ibuprofene è il 2° farmaco venduto dopo il paracetamolo e durante la pandemia il suo consumo è cresciuto vertiginosamente. Il farmaco si diffonde nell’ambiente utilizzando come… mezzi di trasporto le feci e l’urina sia umane che animali. Come si è visto i depuratori più di tanto non riescono a fare, i più efficaci hanno una media di eliminazione pari all’ 87%. Quindi pur se in piccole quantità, giorno dopo giorno, si ammucchiano riuscendo a danneggiare l’ambiente.
Anche piccole dosi possono trasformarsi in cronicità. Nel 2023 la cifra per il consumo è stata di 275,8 milioni di euro, una cifra notevole e in crescita rispetto al 2022. Ma anche la superficialità e la dabbenaggine dei consumatori recitano la loro parte negativa. Infatti, i medicinali non vengono sempre smaltiti correttamente, in appositi contenitori presenti nelle farmacie, ma come qualsiasi altro rifiuto indifferenziato. I consumatori non hanno una vera percezione della criticità, anche per le poche campagne di sensibilizzazione sul tema.
L’Europa sta cercando di diffondere il “Green Pharmacy Concept”, una strategia per produrre farmaci più biodegradabili e per protocolli di filtrazione dei depuratori più efficaci. Oltre alla maggiore accortezza dei cittadini, è necessaria una seria politica volta alla riduzione dello scarico dei farmaci nei mari. Inoltre, una concezione della salute meno ancorata alla farmacopea ma più orientata ad una sana alimentazione e alla cura del corpo. I farmaci non possono essere spesso la panacea ai malanni o presunti tali, andrebbero prescritti solo in casi di autentica necessità. E non forniti come noccioline!