I commissari lanciano un piano per far ripartire i forni e richiamare gli operai dalla cassa integrazione.
Taranto – Per una volta, dagli stabilimenti dell’acciaio arriva una parola che somiglia a una speranza: non si chiude. In una lettera inviata ai sindacati, i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria mettono nero su bianco una promessa che migliaia di famiglie aspettavano da mesi: gli impianti ex Ilva di Taranto e Genova continuano a produrre, e nemmeno Novi Ligure sarà chiuso. Una boccata d’ossigeno in una vertenza che tiene con il fiato sospeso un esercito di ventimila lavoratori.
Dietro la rassicurazione c’è un piano di intervento pensato per contenere gli effetti della contrazione produttiva, salvaguardare il più possibile i posti di lavoro e proteggere l’indotto. Il cuore della strategia è la “laminazione conto terzi”: lo stabilimento lavora l’acciaio per conto di altre aziende, trasformando le bramme in prodotti finiti.
A Taranto l’attività riparte sul serio. I commissari hanno già firmato con tre società ordini per circa 365mila tonnellate di bramme. Sono stati richiamati i lavoratori degli impianti marittimi e del trasporto ferroviario, mentre nei primi giorni di novembre rientreranno dalla cassa integrazione gli addetti del Treno Nastri 2. La laminazione è in calendario dal 10 novembre al 14 dicembre, con la messa in sicurezza degli impianti entro il 19 dicembre. Una seconda fase scatterà dal 7 gennaio 2027, e si lavora per allungare le commesse all’intero primo semestre.
A Genova le linee di zincato, decapato e banda stagnata vanno avanti fino a fine novembre. Poi, esauriti i materiali, ci sarà solo una sospensione tecnica di qualche settimana, “non una chiusura”, ripetono i commissari, prima che nuovi accordi garantiscano 35mila tonnellate di coils al mese e il richiamo del personale dall’11 gennaio 2027. Più in salita la strada di Novi Ligure, dove manca ancora la materia prima adatta: la soluzione, assicurano, arriverà entro il primo trimestre del 2027.
Ma la rassicurazione dei vertici si scontra con la rabbia della fabbrica. Proprio a Genova, dopo tre giorni di presidio, un gruppo di operai ha occupato la Prefettura per strappare al governo garanzie sul futuro. Perché dietro le tonnellate e le percentuali ci sono migliaia di stipendi, di mutui, di famiglie. E quel “non chiudono”, stavolta, dovrà trasformarsi in forni accesi.



