Malgrado anni di lotte femministe per la parità di genere nella stanza dei bottoni continua ad essere esposto il cartello “vietato alle donne”.
L’Onu conferma: poche donne ai vertici delle istituzioni. Molte ricerche avevano già constatato il ruolo marginale svolto dalle donne nelle organizzazioni politiche, sociali ed economiche. Ora è giunta la conferma dell’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, la principale organizzazione internazionale intergovernativa, fondata il 24 ottobre 1945 dopo la Seconda Guerra Mondiale per preservare la pace, la sicurezza collettiva e promuovere i diritti umani. Conta oggi 193 Stati membri e ha sede principale a New York.
Probabilmente dovrebbe cambiare mestiere, visto che in 80 anni la pace e la sicurezza sono state, spesso, a rischio e i diritti umani sono calpestati e vilipesi in molte parti del mondo. Malgrado anni di lotte femministe per la parità di genere, nella stanza dei bottoni continua ad essere esposto il cartello “vietato alle donne”. Infatti, secondo un’indagine a cura dell’Inter – Parliamentary Union (IPU), la principale organizzazione internazionale dei parlamenti nazionali e di Un Women, l’ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne, solo 28 Paesi hanno alla guida del governo o dello Stato una donna.
Tra i fortunati spicca l’Italia con Giorgia Meloni Presidente del Consiglio dei Ministri. Dal report è emerso che il numero delle donne ai vertici delle istituzioni fatica a crescere e, in alcune zone, diminuisce. Nel mondo solo il 22,4% delle donne ha raggiunto il vertice, mentre nel 2023 la quota era del 23,3%. Stessi numeri nei parlamenti. Solo 54 donne sono portavoce di una Camera legislativa, ossia il 19,9%. Cifre che confermano come arrivare ai “posti che contano” per le donne è peggio della scalata dell’Everest. Vale a dire che cambia l’orchestra ma la musica è sempre la stessa.
Vengono frapposti ostacoli di ogni tipo, minacce, angherie e avversità. La comunicazione online ha esacerbato quest’aspetto grazie all’anonimato dei cosiddetti “leoni da tastiera”. Lo spazio pubblico è “off-limits”. Le parlamentari hanno subito minacce in misura maggiori rispetto agli uomini. Un fatto che dissuade altre donne ad intraprendere la carriera politica e/o istituzionale. La discriminazione è manifesta anche quando raggiungono posti di responsabilità. Nel senso che vengono relegate a ruoli politici considerati tipicamente femminili, come le politiche sociali e l’istruzione.

Un po’come nel mercato del lavoro in cui le donne, per un periodo, non potevano che essere infermiere o insegnanti. Sono, infatti, ai vertici dei ministeri della parità di genere – ci mancherebbe che fossero assegnati a un uomo, sarebbe una scelta a dir poco paradossale e stravagante – famiglia e infanzia. Gli altri ministeri, quelli considerati chiave e con ingenti risorse finanziarie, economia, difesa, interni e giustizia, sono appannaggio, con percentuali molto alte, degli uomini.
Secondo le autrici della ricerca è proprio in questo particolare momento storico di forte instabilità geopolitica e di involuzione sul piano dei diritti di genere, che le donne avrebbero potuto avere un ruolo importante. Estromettere la presenza femminile dalla gestione della politica, neutralizza la possibilità di fornire soluzioni altre alle criticità esistenti.
Spira propria una brutta aria. I venti di guerra si sono trasformati in tempeste (vedi Ucraina e Medio-Oriente), i diritti umani stanno subendo un rapido rallentamento, alla parità di genere si è aggiunto il prefisso “dis”, per portare indietro l’orologio della storia. Che tempi.