Tra processi, assoluzioni e un tempo così lungo da consumare ogni certezza, l’assassino di Donatella Manunta non ha ancora un volto.
Savona – Una carta da gioco, la donna di picche, appoggiata sul petto di un corpo senza vita: è questo il dettaglio che ha dato il nome a uno dei delitti più oscuri della cronaca nera ligure e che, dopo trentasei anni, resta ancora privo di un killer e di un movente. Il corpo è quello di Donatella Manunta, trovata morta il 22 marzo 1990 nel suo appartamento di via Untoria, a Savona, con il cranio sfondato e i segni di un’aggressione feroce.
Prima di diventare Donatella, a Sassari, nel 1939, nasce Salvatore Manunta. Fin da giovanissima avverte un’identità che non coincide con il corpo in cui è nata e cresce portando con sé questa distanza, aggravata dalla perdita precoce della madre. A Savona, dove si trasferisce da ragazzina insieme alla famiglia, lavora per anni in un bar, distinguendosi come una delle migliori professioniste della provincia. Ma è altrove che cerca la propria verità: inizia a vestirsi da donna, si avvicina alla prostituzione lontano dagli sguardi di chi la conosce e affronta un percorso di transizione che culmina nel 1984 con l’intervento chirurgico a Londra, pagato a caro prezzo, anche in termini di debiti. Nel 1986 arriva un passaggio storico: il tribunale di Savona la riconosce legalmente come donna, rendendola una delle prime persone in Italia a ottenere questo status.
Nella Savona di fine anni Ottanta, dove lavora prevalentemente nella zona del porto, Donatella coltiva un progetto concreto: lasciare la città, trasferirsi a Genova, cambiare vita aprendo un’attività alberghiera. Non farà in tempo a realizzarlo. L’ultima volta che qualcuno la vede è la sera del 21 marzo 1990, nel suo appartamento. Il giorno dopo viene ritrovata morta. Sul tavolo restano due bicchieri usati, segno che ha aperto la porta a qualcuno che conosceva; manca invece il borsellino, contenente il denaro incassato nei giorni precedenti. Gli inquirenti orientano da subito le indagini verso un movente economico, ipotizzando una lite degenerata in violenza.
Le indagini portano nel gennaio del 1993 all’arresto di Giuseppe Torielli, amico ed ex compagno della vittima, necroforo al cimitero di Stella. L’uomo ammette di essersi trovato quel giorno nell’abitazione di Donatella, ma in un orario diverso da quello indicato da un testimone, che riferisce di averlo visto entrare in casa la sera del delitto. Trascorre 131 giorni in carcere prima che il processo, con oltre cinquanta testimoni sfilati in aula davanti alla Corte d’Assise, si concluda con un’assoluzione piena. Ottiene in seguito un parziale risarcimento per l’ingiusta detenzione, ma muore prematuramente nel 1998, senza mai vedere il caso risolto.
Nel frattempo gli inquirenti iniziano a chiedersi se dietro l’omicidio di Donatella non si nasconda una mano più esperta e sistematica. La combinazione tra l’uso di un oggetto contundente e la messinscena della carta da gioco lasciata sul corpo viene letta da alcuni come una vera e propria firma, un linguaggio che si ripete, secondo alcune ricostruzioni, in altri delitti compiuti nel savonese e nel ponente ligure tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Duemila, coinvolgendo altre vittime tra prostitute e donne uccise con modalità simili. Anche il nome del serial killer Donato Bilancia viene accostato al caso, ma l’uomo si dichiara estraneo ai fatti, e la pista non porta a riscontri concreti.
Il caso resta fermo per anni, fino a quando gli accertamenti scientifici sulla bottiglia ritrovata sulla scena del delitto non permettono di isolare un’impronta digitale compatibile, in dodici punti, con quella di Renato Tullio Pisano, all’epoca del delitto poco più che maggiorenne e con precedenti legati alla droga. È il procuratore capo Vincenzo Scolastico, affiancato dal vice Alberto Landolfi, ad annunciare la svolta, frutto del lavoro del gabinetto di polizia scientifica di Genova insieme alla Squadra Mobile di Savona. Pisano viene arrestato nel 2006 e durante gli interrogatori cambia più volte versione, sostenendo infine di aver acquistato droga dalla vittima. Ma l’impronta, da sola, non basta a dimostrare la sua responsabilità nell’omicidio: l’uomo viene assolto con sentenza definitiva e il fascicolo torna negli archivi.
A distanza di oltre trent’anni, il delitto della donna di picche continua a essere ricordato come una delle pagine più buie della storia criminale savonese. Nel 2025 la vicenda ha ispirato anche un romanzo, liberamente basato sui fatti, che immagina le indagini di un commissario alle prese con un caso rimasto irrisolto nella realtà. Quella carta da gioco lasciata sul petto di Donatella Manunta resta l’unico indizio certo di un delitto che, ancora oggi, non ha un nome né un volto a cui essere attribuito.