Di Pietro al contrattacco: “Mani Pulite fu fermata dai magistrati”

L’ex Pm del pool milanese interviene nel dibattito sul referendum giustizia e risponde a distanza a Gherardo Colombo: dietro l’affossamento dell’inchiesta che scosse l’Italia non ci sarebbero stati i politici, ma i colleghi togati.

Trent’anni dopo, il pool di Mani Pulite torna al centro della scena. Non per celebrazioni o anniversari, ma per uno scontro a distanza tra i suoi stessi protagonisti, riesploso nel pieno della campagna referendaria sulla riforma della giustizia. Antonio Di Pietro, ospite del programma ReStart su Raitre condotto da Annalisa Bruchi, ha scelto il momento per dire quello che, a suo dire, nessuno vuole sentirsi dire: quell’inchiesta non fu fermata dai politici. Fu fermata dai magistrati.

L’occasione è stata una dichiarazione di Gherardo Colombo, ex collega nel celebre pool milanese, rilasciata in una recente intervista. Colombo aveva sostenuto che il meccanismo dell’Alta Corte disciplinare previsto dalla riforma Nordio, uno dei nodi centrali del referendum, avrebbe potuto bloccare Mani Pulite prima ancora che raggiungesse i suoi risultati più clamorosi. Un argomento destinato ad alimentare le ragioni del fronte del No, di cui Colombo è parte. Di Pietro non ci sta. E la sua replica va ben oltre la disputa tecnica sulla riforma.

L’ex leader di Italia dei Valori riconosce a Colombo di aver detto una cosa vera: che Mani Pulite fu effettivamente fermata. Ma gli contesta di non aver detto chi la fermò. Secondo Di Pietro, la risposta è scomoda e sistematicamente elusa: non fu la politica a spegnere quell’inchiesta, bensì una parte della stessa magistratura. E il ragionamento si allarga fino a comprendere un capitolo ancora più oscuro della storia italiana.

Mani Pulite, ricorda Di Pietro, non nacque in modo autonomo e isolato. Fu la figlia di un’altra inchiesta, quella su Mafia-Appalti, che cercava di tracciare i legami tra il sistema degli appalti pubblici, la criminalità organizzata e i flussi di denaro che li alimentavano. Le due indagini, sostiene l’ex Pm, furono neutralizzate con metodi diversi ma con un risultato analogo: a Palermo eliminando fisicamente chi se ne occupava, a Milano delegittimando in modo sistematico chi la conduceva. Un parallelismo che lascia poco spazio all’interpretazione.

Di Pietro sa perfettamente il peso di quello che sta affermando e non lo nasconde. “Lo so che è una cosa grande, quella che sto dicendo”, ammette rivolgendosi alla conduttrice, quasi a sottolineare la consapevolezza della portata delle sue parole. Ma aggiunge che non si tratta di ricostruzioni improvvisate o di sfoghi televisivi: quelle stesse valutazioni, precisa, le ha depositate in sedi ufficiali, davanti alla Commissione antimafia, alla Corte d’appello di Palermo e alla Procura di Agrigento. Atti, verbali, dichiarazioni formali che esistono e che, secondo lui, continuano a essere ignorati.

“Chissà perché di questa storia nessuno ne vuole sapere”, conclude con un misto di amarezza e provocazione, prima di scusarsi per quello che lui stesso chiama uno sfogo. Ma di sfogo, in realtà, ha ben poco. È la rivendicazione di una verità che Di Pietro porta con sé da decenni e che il dibattito referendario gli ha offerto, ancora una volta, l’occasione di rimettere sul tavolo.