Il disegno di legge sul recupero crediti, ancora in discussione al Senato, trasferisce a professionisti di parte il potere di emettere titoli esecutivi. Consumatori e magistrati lanciano l’allarme: a rischio il diritto di difesa di milioni di cittadini.
Arriva una lettera. Carta intestata di uno studio legale, tono formale, linguaggio tecnico. Non è un atto del tribunale, ma potrebbe avere conseguenze molto simili. Se entro quaranta giorni non si paga e non si presenta opposizione, quell’intimazione può diventare un titolo esecutivo. Da quel momento, il creditore può avviare azioni come il pignoramento dei beni.
È questo il cuore del DDL 978, il disegno di legge sulla riforma del recupero crediti approvato dalla Commissione Giustizia del Senato nel settembre 2025 e ora in attesa del voto definitivo dell’Aula. L’obiettivo dichiarato è quello di ridurre i tempi della giustizia civile e alleggerire il carico dei tribunali.
Oggi, chi sostiene di avere un credito deve rivolgersi a un giudice per ottenere un decreto ingiuntivo. Il magistrato valuta la documentazione e decide se autorizzare o meno la richiesta. Il debitore, a quel punto, può opporsi.
Con la riforma, per i crediti di valore limitato (entro la competenza del giudice di pace), questo passaggio iniziale viene semplificato. L’avvocato del creditore può notificare direttamente un atto di intimazione, purché fondato su documentazione idonea e redatto secondo requisiti precisi.
Da quel momento parte il conto alla rovescia: circa quaranta giorni per pagare o opporsi davanti a un giudice. Se il debitore non fa nulla, l’atto acquista efficacia esecutiva. Il controllo del giudice, quindi, non viene eliminato, ma spostato: interviene solo se il debitore decide di contestare formalmente il credito.
Per imprese e creditori, il sistema promette maggiore rapidità. Oggi, ottenere un titolo esecutivo può richiedere mesi o anni. La riforma mira a ridurre drasticamente questi tempi. Ma è proprio questo spostamento del controllo a sollevare dubbi.
Secondo diversi osservatori, il nuovo meccanismo potrebbe risultare più difficile da gestire per alcune categorie di cittadini: anziani, persone con scarsa familiarità con il linguaggio giuridico o soggetti in difficoltà economica. In questi casi, il rischio è che la mancata reazione entro i termini venga interpretata come accettazione della pretesa.
Un altro punto delicato riguarda l’assenza di un filtro preventivo. Oggi il giudice verifica la fondatezza del credito prima che produca effetti esecutivi. Con la riforma, questa verifica avviene solo se il debitore si attiva.
L’avvocato che redige l’intimazione non agisce senza vincoli. È soggetto a responsabilità professionale, disciplinare e, nei casi previsti, anche penale. Tuttavia, il sistema si basa su un controllo successivo, non preventivo. Il DDL prevede inoltre alcune esclusioni, tra cui i crediti bancari, ma l’impatto concreto di queste norme, soprattutto nei casi di cessione del credito, sarà più chiaro solo con il testo definitivo e la sua applicazione pratica.
Le regole sul pignoramento non vengono modificate direttamente dalla riforma. Restano quindi le differenze già esistenti tra creditori pubblici e privati. Tuttavia, accelerando l’ottenimento del titolo esecutivo, il DDL potrebbe rendere più rapido l’accesso alla fase esecutiva.
Per questo, associazioni dei consumatori e rappresentanze della magistratura hanno chiesto correttivi: maggiore chiarezza negli atti, informazioni più accessibili e strumenti di tutela per i soggetti più vulnerabili.
Il DDL 978 non è ancora legge e potrebbe subire modifiche. Ma la querelle che ha acceso è già molto chiara: come bilanciare l’efficienza del sistema con la tutela dei diritti? La riforma punta a velocizzare il recupero dei crediti, spostando il momento del controllo giudiziario. Una scelta che può rendere il sistema più rapido, ma che richiede attenzione per evitare che la semplificazione si traduca in uno squilibrio tra le parti.
In altre parole, il giudice non scompare. Ma per intervenire, dovrà essere chiamato in causa. E sarà il debitore a dover fare il primo passo. Allora viene da chiedersi se una democrazia possa appaltare la giustizia senza trasformarla in un privilegio riservato (soltanto a chi può permettersela).