Allarme dazi: Istat, dalle minacce Usa un peso considerevole per l’Italia

Il rapporto sulla competitività dei settori produttivi. Negli ultimi 15 anni la crescita sostenuta prevalentemente dalla domanda estera.

Roma – Le minacce di dazi imposti dagli Stati Uniti “rivestono una importanza considerevole, perché negli ultimi quindici anni la crescita del nostro sistema produttivo è stata sostenuta prevalentemente dalla domanda estera, a fronte di una domanda interna debole o stagnante. Negli ultimi anni, in particolare, l’Italia ha orientato i propri flussi di export verso i mercati extraUE, soprattutto quello statunitense”. E’ quanto si legge in un rapporto dell’Istat sulla competitività dei settori produttivi. Con il pericolo dazi sono più vulnerabili oltre 23mila imprese, che in generale rapprese lo 0,5 per cento del totale ma impiegano oltre 415 mila di addetti (il 2,3 per cento del totale) e generavano il 3,5 per cento del valore aggiunto e il 16,5 per cento dell’export totali, che rappresenta 87 miliardi circa.

“In particolare, nel periodo 2019- 2024 il mercato statunitense – dice il report – ha continuato ad accrescere il proprio peso sulle esportazioni di pressoché tutti i settori manifatturieri italiani, confermandosi prevalente negli Altri mezzi di trasporto, nella Farmaceutica e nelle Bevande e diventando il primo mercato di sbocco per i Macchinari (al posto della Germania). Ciò ha contribuito a generare un elevato surplus commerciale nei confronti degli Stati Uniti (circa 35 miliardi di euro nel 2024) che, congiuntamente a quello registrato dalla Germania (pari a oltre 85 miliardi di euro), rappresenta circa il 70 per cento dell’intero avanzo commerciale dell’UE verso tale paese”. 

Un analogo indicatore di vulnerabilità d’impresa nei confronti dell’offerta estera (basato sul rapporto tra input importati e costi intermedi, sul grado di concentrazione merceologica e geografica delle importazioni e sull’acquisto di prodotti foreign dependent) mostra che le imprese vulnerabili all’import, nel 2022, erano ancora meno numerose di quelle vulnerabili all’export: circa 4.600 unità (0,1 per cento del totale), ma avevano dimensioni medie maggiori (oltre quadruple), una produttività del lavoro doppia rispetto alla media del sistema. Impiegavano circa 400 mila addetti e generavano il 5,7 per cento del valore aggiunto e, soprattutto, il 23,8 per cento delle importazioni complessive.

A commentare i dati Istat è il Codacons: “Una raffica di rincari si abbatterà sui consumatori italiani se scoppierà una guerra commerciale tra Stati Uniti ed Europa”. “In base agli ultimi dati pubblicati, il valore delle importazioni dagli Usa in Italia è salito nel 2024 a 25,9 miliardi di euro, con una crescita del +2,6% su anno – analizza il Codacons -. Tralasciando il settore dell’industria, eventuali dazi imposti dall’Europa sulle importazioni dagli USA provocherebbero aumenti dei prezzi al dettaglio per beni di largo consumo come rossetti, cipria e numerosi cosmetici prodotti negli Stati Uniti e largamente utilizzati in Italia. Sarà più costoso bere succo d’arancia, mangiare riso e fumare prodotti da tabacco, e ad aumentare saranno anche snack e dolciumi vari, onnipresenti sugli scaffali dei supermercati italiani”, prosegue.

Ad essere “interessato dai rincari dei prezzi sarà anche il settore dell’abbigliamento, con aumenti per jeans, magliette, scarpe e intimo. Anche numerosi alcolici subiranno incrementi dei listini e proibitivo risulterà l’acquisto di automobili e moto prodotte negli Usa”. “Tra i prodotti che l’Italia importa dagli Stati Uniti figurano infatti ketchup, formaggio cheddar, noccioline, cotone, patate americane, salmone, noci, pompelmi, vaniglia, frumento, tabacco, cacao, cioccolato, succhi di agrumi, vodka, rum, whisky, bourbon, ma anche trattori, consolle, videogiochi, borse, portafogli, ricambi per biciclette, giochi per bambini, per non parlare di famosi Suv e dell’iconica moto Harley Davidson”, conclude Codacons.

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