L’economia digitale è stata esaltata come il punto massimo della smaterializzazione che, per essere tale, è costretta a poggiarsi su infrastrutture materiali.
I data center sono il nuovo potere. Ormai la notizia che la tecnologia ha trasformato i rapporti di potere non sorprende per nulla poiché, ormai, è un fatto acclarato. Nell’era dell’intelligenza Artificiale (IA), il potere e il dominio non si manifestano solo con le armi ma sul possesso, anche, dei data center. Trattasi di strutture fisiche centralizzate che ospitano l’infrastruttura IT (server, sistemi di archiviazione, reti) necessaria per elaborare, archiviare e distribuire grandi volumi di dati e applicazioni cruciali per aziende e servizi online, come cloud, e-commerce e IA.
Un’infografica curata da “Visual Capitalist” ha illustrato la mappa del potere digitale. Si tratta di una piattaforma di pubblicazione online globale che rende le informazioni complesse più accessibili attraverso l’uso di infografiche dettagliate e storytelling visivo, focalizzandosi su temi come mercati, tecnologia, energia e l’economia mondiale, combinando arte, dati e narrazione per semplificare concetti complessi.
E’ emerso che gli USA detengono il 38% delle strutture mondiali, l’Europa si difende abbastanza bene, mentre l’Asia è molto composita. Inoltre in tutto il mondo ci sono quasi 12 mila installazioni di questo tipo con un consumo energetico da far rabbrividire. Non è solo una fotografia della realtà ma indica dove vuole andare l’economia dei dati, con tutti i suoi effetti sulla crescita economica e sui condizionamenti politici.
Se si pensa che solo 20 anni fa, nel 2005 per la produzione energetica su larga scala si faceva affidamento a circa 21,4 gigawatt, mentre oggi ne servono ben 114, si comprende il grande balzo in avanti effettuato e quanta energia serve per alimentare il sistema! La gran parte del traffico digitale è gestito e controllato da pochi protagonisti, spesso privati, con tutte le conseguenze di legittimità giuridica.
E’, quindi, la componente energetica ad essere cruciale in questo processo tecnologico, con tutti i risvolti ambientali che un consumo del genere produce. Ad esempio le infrastrutture informatiche che gestiscono carichi di lavoro molto pesanti da parte di Big Data, IA e cloud, occupano una superficie pari a decine di campi di calcio. La domanda globale di energia elettrica è già aumentata e non si sa fino a che punto può arrivare. I dati sull’impatto ambientale sono pochi significativi, in quanto sono assenti quelli sull’effettivo utilizzo delle macchine.

Ma nemmeno si è certi che sia innocuo. Tuttavia per il principio di precauzione sarebbe cosa buona e giusta utilizzare molta cautela e non farsi prendere dalla febbre dei cantori delle virtù salvifiche dell’IA. Anche perché i dubbi crescono di fronte alla probabile suddivisione territoriale, in futuro, di queste infrastrutture. La storia, a volte, si diverte a sbeffeggiare gli eventi.
L’economia digitale, infatti, è stata esaltata come il punto massimo della smaterializzazione che, per essere tale, è costretta a poggiarsi su infrastrutture materiali. Le prospettive non sono molto incoraggianti e per questo si naviga a vista. Sicuramente la richiesta di dati sarà sempre più incessante, ma si sarà capaci di supportarla?
Per riuscire a conciliare la velocità della tecnologia e la capacità del sistema di sostenerla, sono necessari equilibrio e competenza. Oltre ad una gestione politica del processo in corso, per non permettere che i privati possano gestire spazi collettivi, indirizzandoli a loro piacimento.