Costrette a tornare a casa

Le donne si licenziano perchè gravate da orari capestro, turni gravosi, mancanza di assistenza, scarso sostegno familiare, atmosfera lavorativa disagevole.

E’ stato diffuso un report sulle dimissioni volontarie dal lavoro delle lavoratrici madri in Veneto nei primi anni del bambino, a cura dell’Osservatorio del Mercato del Lavoro, un servizio offerto da Veneto Lavoro. Quest’ultimo è l’ente funzionale della Regione che coordina i Centri per l’Impiego e gestisce le politiche attive del lavoro.

Il suo scopo principale è favorire l’incontro tra domanda e offerta, supportando i cittadini nella ricerca di un’occupazione e le aziende nella selezione del personale. Si tratta di un aspetto che evidenzia la forte conflittualità esistente nella relazione tra essere madri, professione e accudimento del nascituro.

Né si può considerare l’avvenimento riguardante la singola famiglia bensì la gestione organizzativa del lavoro, l’offerta di servizi, la condivisione da parte dei padri, il supporto sociale che un nucleo familiare può avere e la rete di assistenza pubblica. L’anno scorso le dimissioni, o cessazione del rapporto di lavoro che dir si voglia, delle lavoratrici madri sono state il 14% del valore su tutto il territorio nazionale, di cui il 60% madri lavoratrici.

Durante il 1° anno di vita del nascituro le dimissioni di lavoratrici sono state 3.700, di cui 1/3 tra i 30 e 34 anni, in maggioranza italiane, impiegate nei settori turistici, socio-sanitari e commerciali. Inoltre il 40% ha stipulato contratti di lavoro a tempo parziale. Un aspetto significativo del report riguarda il post dimissioni.

Cosa succede? Rescindere un contratto di lavoro non significa che debba essere una scelta risolutiva, valida per sempre. In alcuni casi si tratta di una fase di passaggio da una professione ad un’altra. In altri entro 6 mesi si ricollocano 1/3 delle lavoratrici, mentre entro un lustro dalle dimissioni l’80% ritorna al lavoro. La riassunzione in servizio, però, non è un percorso lineare, né indolore.

Ambiente di lavoro disagevole e opprimente…

Le lavoratrici over 50 o coloro che tornano in servizio dopo un’assenza prolungata, si ripresentano sul luogo del “delitto” con molta parsimonia. In gran parte si tratta di contratti a tempo determinato, anche se sono in aumento quelli a tempo pieno e a lungo termine. Circa i 2/3 delle lavoratrici madri dimissionarie, lo fanno nell’arco di tempo durante il quale la legge vieta il licenziamento della lavoratrice madre e garantisce tutele speciali in caso di dimissioni volontarie.

Questo lasso di tempo inizia 300 giorni prima della data presunta del parto e termina al compimento del primo anno di età del bambino. In questo periodo le lavoratrici esprimono la propria disponibilità presso un Centro per l’impiego, procedura che permette di accede alla NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego), una prestazione economica mensile erogata dall’INPS a sostegno dei lavoratori dipendenti che hanno perso involontariamente il lavoro.

Le dimissioni, raramente, sono programmate. In genere si presentano dopo il parto. La criticità maggiore, tuttavia, è rappresentata da orari capestro con assenza di flessibilità in entrata e in uscita dal turno, mancanza di offerte assistenziali, scarso sostegno familiare, atmosfera lavorativa disagevole.

Esistono casi di aziende che si danno da fare per creare un ambiente di rientro al lavoro il più accogliente possibile e pare che, in siffatte situazioni, le dimissioni siano prossime allo zero. Completamente assente è l’intervento pubblico, che quando è presente risulta essere inefficace e i vari bonus mamme sono interventi tampone che non incidono sulla struttura socioeconomica.

E poi ci si lamenta della denatalità