Ciclopedonali che passione. E che scandalo

Sono quelle stradine arancioni che in Nord Italia si vedono ormai dappertutto. In questi ultimi anni ne sono sorte di inutili e che deturpano l’ambiente.

Le grandi città sono delle vere e proprie cappe di inquinamento, che imprigionano gas nocivi e polveri sottili a causa dell’alta concentrazione di attività umane e della conformazione urbana, con gravi danni alla salute delle persone.

E’ un argomento molto sensibile per i cittadini al punto che le autorità stanno cercando di porvi rimedio. Ad esempio costruendo ciclopiste per separare le biciclette dal traffico delle auto e rendere gli spostamenti più sicuri. Una pista ciclabile migliora la sicurezza stradale, proteggendo i ciclisti dal pericolo dei veicoli a motore.

Inoltre divide i flussi di traffico che procedono a velocità diverse, riduce la congestione delle auto, offrendo un’alternativa all’uso di auto e mezzi pubblici. La “ratio” è diminuire l’inquinamento atmosferico e le emissioni di gas di scarico per incoraggiare il movimento fisico quotidiano che produce benefici alla salute.

Infine, la ciliegina sulla torta, sempre presente in caso di interventi pubblici, si alimenta il cicloturismo e l’economia locale. Sono stati investiti i fondi del Piano di Ripresa e Resilienza (PNRR) per il “rafforzamento della mobilità ciclistica”, una torta pari a 600 milioni di euro complessivi.

Come al solito la distribuzione sul territorio nazionale è disomogenea, irregolare e frammentata, presente in alcune zone e del tutto assente in altre. Vale a dire a macchia di leopardo. Qual è il territorio dove le piste sono meno presenti o assenti?

Ma il Sud d’Italia, naturalmente. Ormai nelle ricerche socioeconomiche è un postulato, accettato senza necessità di conferma. Secondo l’Istat le ciclopiste nazionali sono estese oltre i 6 mila chilometri, la densità media è pari a 31,3 chilometri di piste ogni 100 chilometri quadrati, che arriva a 48,3 chilometri nei capoluoghi delle grandi città.

Il Mezzogiorno manifesta un “andamento lento”, tanto per citare il titolo di un pezzo del musicista partenopeo Tullio De Piscopo, ma anche contraddittorio. Ossia le piste sono cresciute del 10%, ma solo numericamente, in quanto la rete infrastrutturale è così scarsa che anche un piccolo incremento è sembrato un miracolo.

Ormai la bici ha assunto un ruolo rilevante, non più solo un mezzo per andare a passeggio. Dopo la pandemia si è trasformata in uno strumento per la mobilità di tutti i giorni, fino ad essere una risorsa importante per il turismo e l’economia.

I cicloturisti sono cresciuti a dismisura, così come il giro d’affari intorno ad essi, dimostrando come siano significativi i vantaggi economici dei collegamenti grazie alle ciclopiste tra città e territori. L’anno scorso, infatti, i cicloturisti hanno raggiunto l’iperbolica cifra di 49 milioni, pari ad una spesa complessiva di circa 6,4 miliardi di euro.

Sempre lì si va a parare, ai soldi. In effetti è così, c’è poco da fare. Il cicloturista stimola l’economia del luogo dove si reca perché una volta in loco è attratto e incuriosito dai suoi beni culturali e dalle specialità enogastronomiche, immancabili. Della serie: si finisce sempre a tavola con una buona pietanza e dell’eccellente vino.

Spuntano come i funghi spesso restringendo le carreggiate di strade statali

Se le ciclopiste sono ben costruite, oltre ai benefici per i residenti e l’ecosistema, possono rappresentare delle valide offerte di collegamento tra grandi città, zone rurali e piccoli paesi. Tutto molto allettante ma è doveroso porsi dei dubbi.

Si sa come vanno le cose in Italia: si diffonde una tendenza, cresce a vista d’occhio, perché spesso ci si comporta come le mandrie cioè tutti a correre come pecoroni nella stessa direzione. E il fenomeno può debordare fino a tracimare. Infatti sono state realizzate ciclopedonali “fantasma” costruite apposta per non essere utilizzate. Il solito scandalo all’italiana. Mentre ci sono ciclovie che pullulano di appassionati della bici.

In questo caso il rispetto per l’ambiente va a farsi benedire e si corre il rischio che possa trasformarsi in overtourism, quella spiacevole situazione in cui una località turistica è costretta ad assorbire un numero eccessivo di visitatori, danneggiando i residenti. 

Come la cronaca quotidiana ha confermato più volte. Un epilogo da evitare, assolutamente.