Certificati falsi per liberare i migranti dai Cpr: nel mirino oltre venti medici

Perquisizioni in nove città, da Bari a Milano. L’inchiesta è nata a Ravenna, dove otto camici bianchi del reparto Malattie Infettive erano già finiti sotto accusa.

Ravenna – Bastava un certificato medico, con timbro e firma, per spalancare le porte di un centro di espulsione e restituire la libertà a uno straniero irregolare che avrebbe dovuto essere rimpatriato. È l’accusa pesantissima al centro di un’inchiesta della Procura di Ravenna che all’alba di oggi ha fatto scattare un blitz in mezza Italia: più di venti professionisti finiti nel mirino, poliziotti in azione in nove città diverse, computer e archivi passati al setaccio.

A muoversi, dalle prime ore del mattino, sono stati gli uomini della polizia di Stato, con il Servizio Centrale Operativo e la Squadra Mobile di Ravenna, per eseguire una lunga serie di decreti di perquisizione – locale, personale e informatica – firmati dalla Procura ravennate. Al centro del procedimento c’è la presunta formazione e il rilascio di certificazioni mediche false, che secondo gli inquirenti servivano a impedire il trattenimento di cittadini stranieri irregolari nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr).

Le perquisizioni hanno toccato nove città: Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese, con il concorso delle squadre mobili territorialmente competenti. I destinatari dei provvedimenti sono in gran parte medici, ma – a eccezione di un solo caso – non risultano ancora iscritti nel registro degli indagati: per ora sono persone da controllare, non accusate. Solo in un caso si tratta di un sanitario già finito nell’inchiesta ravennate degli scorsi mesi.

L’operazione è il tentacolo nazionale di un procedimento nato a Ravenna. Lo scorso marzo, su delega della pubblico ministero Angela Scorza, erano finiti sotto accusa otto medici del reparto di Malattie Infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci, indagati per falso e interruzione di pubblico servizio. Nel mirino 34 certificati ritenuti falsi su 64 casi esaminati in un anno e mezzo, tutti relativi alla presunta non idoneità degli stranieri all’ingresso nei Cpr.

Per tre di quei sanitari la Gip Federica Lipovscek aveva disposto l’interdizione dalla professione per dieci mesi; per gli altri cinque il divieto di occuparsi dei certificati destinati ai Cpr. Chiamati a rispondere davanti al giudice, i medici si erano avvalsi della facoltà di non rispondere. Attorno a loro, intanto, era cresciuta un’ondata di solidarietà, con flash mob e presidi di chi li considera non colpevoli, ma testimoni scomodi di un sistema.

Ora l’inchiesta allarga il campo ben oltre i confini della Romagna e promette nuovi sviluppi. Sullo sfondo resta lo scontro di fondo: da una parte l’accusa di aver piegato la medicina a un fine illecito, dall’altra la difesa di chi giura di aver soltanto certificato la fragilità di persone in carne e ossa.