“C’era un cuore per Domenico, ma lo avevano tolto dalla lista trapianti”: la denuncia shock

La rivelazione dell’avvocato della famiglia: da Bologna era arrivato un organo compatibile, ma il bimbo era stato cancellato dai trapiantabili. Quando vi rientrò, quel cuore era già stato assegnato ad altri.

Napoli – Un cuore nuovo, compatibile, pronto a dare una seconda possibilità di vita a un bambino di due anni e mezzo già tradito una volta dalla sorte e dalla mano dell’uomo. Ma quel cuore, arrivato dall’ospedale di Bologna il 2 febbraio scorso, non ha mai raggiunto il piccolo Domenico Caliendo. Perché proprio quel giorno, su istanza dei cardiochirurghi del Monaldi di Napoli, il nome del bimbo era stato cancellato dalla lista del centro regionale trapianti. Quando, due giorni dopo, Domenico vi rientrò, l’organo era già stato assegnato a un altro paziente. Diciassette giorni dopo, il 21 febbraio, il cuore del piccolo guerriero di Nola ha smesso di battere per sempre.

A far deflagrare questa rivelazione è l’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia Caliendo-Mercolino, che all’Adnkronos ha denunciato quella che definisce “una trapiantabilità a intermittenza, quanto meno inquietante e su cui riteniamo si debba indagare”. Nei giorni scorsi il legale ha acquisito nuova documentazione nell’ambito del procedimento per omicidio colposo in concorso che vede sette medici indagati, tra cui il primario di Cardiochirurgia Pediatrica Guido Oppido e la sua vice Emma Bergonzoni.

Secondo gli atti, Domenico sarebbe stato escluso dalla lista dei trapiantabili a causa dei danni riportati a diversi organi dopo il primo trapianto fallito. Vi sarebbe rientrato il 4 febbraio, quando il cuore di un donatore pediatrico di Bologna era già stato consegnato ad altri.

“È un indizio pienamente compatibile con la nostra ipotesi di omicidio volontario, quanto meno attraverso il dolo eventuale, affonda Petruzzi, che sta preparando una memoria per il Gip per contestare quanto avvenuto sul piano tecnico-scientifico.

Il calvario del piccolo Domenico era cominciato la sera del 22 dicembre 2025, con la telefonata che ogni genitore di un bimbo cardiopatico sogna e teme: un cuore disponibile da Bolzano. Ma il trasporto si rivelò catastrofico. Il box di vecchia generazione e il ghiaccio secco inadeguato trasformarono l’organo in quello che gli infermieri presenti in sala operatoria hanno descritto ai pm come “una pietra durissima“.

Tentarono di scongelarlo con acqua fredda, tiepida e infine calda. Nonostante tutto, il cardiochirurgo Oppido procedette con l’impianto. Il cuore nuovo non riprese mai a battere. Per sessanta giorni Domenico rimase attaccato all’Ecmo, il macchinario che ne sosteneva le funzioni vitali, vegliato giorno e notte dalla madre Patrizia, che gli parlava, lo baciava, gli prometteva giustizia.

Nelle scorse settimane il gip Mariano Sorrentino ha disposto la sospensione dalla professione per Oppido (12 mesi) e Bergonzoni (7 mesi), con l’accusa di falso nella cartella clinica. Il 10 giugno si è concluso l’incidente probatorio su entrambi i cuori, le cui risultanze sono attese per settembre.

Il prossimo tassello arriverà entro una settimana: il legale riceverà il contenuto dei telefonini dei medici coinvolti. “Così sapremo che tipo di comunicazione c’è stata tra il primario Oppido e l’ospedale di Bologna”, annuncia Petruzzi.

Intanto mamma Patrizia continua a girare l’Italia con il libro “Un Cuore bruciato” (Piemme) e la Fondazione nata in nome del suo bambino, perché “tragedie come questa non debbano più succedere”. Per la famiglia di un piccolo guerriero che ha lottato fino all’ultimo respiro, la domanda resta una sola: se quel cuore da Bologna fosse arrivato in tempo, Domenico sarebbe ancora qui?