Scontro tra i consulenti sulla morte del primo neonato. La difesa ipotizza decesso endouterino, l’accusa sostiene fosse nato vivo.
Parma – La vicenda di Chiara Petrolini, la giovane accusata della morte di due neonati i cui corpi sono stati rinvenuti nel giardino della villetta familiare a Traversetolo, continua a dipanare strati di complessità psicologica davanti alla Corte d’Assise di Parma. L’udienza odierna, presieduta dal giudice Alessandro Conti, ha visto emergere nuovi elementi sia sul profilo psicologico dell’imputata che sulle circostanze dei decessi.
La psicoterapeuta Francesca Stefani, che ha in carico Chiara dal 2 settembre 2024, ha tracciato un quadro di un’infanzia caratterizzata da un ambiente familiare estremamente controllante. Già in età prescolare, attorno ai cinque-sei anni, alla bambina venivano imposte regole ferree non solo sui comportamenti ma persino sull’espressione delle emozioni: doveva sapere quando era appropriato parlare o tacere, quando manifestare dolore o trattenerlo. Questo clima avrebbe contribuito allo sviluppo di un disturbo della personalità con componenti ossessive e dissociative.
Secondo la specialista, la giovane ha sviluppato una sensibilità patologica alla critica e al giudizio altrui, radicata in esperienze traumatiche precoci. Questa ipersensibilità sarebbe il motore profondo di un senso di vergogna paralizzante che permea la sua struttura psichica.
In questo contesto psicologico alterato, Chiara ha affrontato e nascosto due gravidanze consecutive: la prima nel 2023 e la seconda nell’agosto 2024. La psicoterapeuta ha descritto uno stato di scissione mentale in cui la ragazza continuava meccanicamente le sue attività quotidiane, lavorare come baby sitter, frequentare i corsi universitari, mentre un’altra parte della sua psiche conteneva terrore e angoscia paralizzanti che non riusciva a comunicare.
Per il secondo neonato gli accertamenti medico-legali hanno stabilito che il decesso è avvenuto per dissanguamento conseguente al taglio del cordone ombelicale. Sulla morte del primo bambino permangono invece zone d’ombra. Chiara ha sempre sostenuto che il piccolo non respirasse già alla nascita.
Il punto centrale dell’udienza odierna ha riguardato proprio le modalità del primo decesso. La ginecologa Immacolata Blasi, consulente della difesa, ha avanzato l’ipotesi di una morte endouterina fetale, quindi avvenuta prima del parto: “Non possiamo escludere che il decesso del primo figlio sia stata una morte endouterina fetale, assolutamente non possiamo dire che questo bimbo sicuramente non è nato morto”. La specialista ha sottolineato che entrambi i feti presentavano dimensioni ridotte rispetto agli standard, condizione che incrementa significativamente il rischio di sofferenza fetale e complicazioni: “È molto probabile quindi che anche il primo feto sia stato un bimbo piccolo che va più facilmente incontro a sofferenza”.
Questa ricostruzione si pone in netto contrasto con le conclusioni dei periti nominati dalla Procura, che sostengono invece che il primo neonato fosse nato vivo.
Dopo il ritrovamento dei due corpicini nel giardino della proprietà di famiglia a settembre 2024, Chiara è stata posta agli arresti domiciliari. Recentemente la misura cautelare è stata rafforzata con l’applicazione del braccialetto elettronico. Durante questo periodo la giovane ha intrapreso un trattamento psicoterapeutico mostrandosi, secondo la dottoressa Stefani, molto partecipe e aderente al progetto di cura, sebbene emerga una difficoltà cognitiva nel riconoscere e verbalizzare i propri bisogni e desideri.
L’imputata è giunta in tribunale scortata dai carabinieri attraverso un accesso secondario. In aula era presente anche Samuel Granelli, padre dei due bambini. Il momento di maggiore carica emotiva si è verificato quando la psicoterapeuta ha fatto riferimento alla figura della nonna: a quel punto Chiara si è lasciata andare alle lacrime davanti ai giudici, in uno dei rari momenti in cui la sua corazza difensiva sembra essersi incrinata.