“Non siamo su Scherzi a parte”: caloriferi accesi in ospedale nel giorno più caldo dell’anno

Al Policlinico San Martino i radiatori erano bollenti con 34 gradi fuori. La direzione smentisce, ma i pazienti giurano. Sarà stato un miracolo termico?

Genova – Fuori ci sono 34 gradi all’ombra, l’umidità sfiora l’80% (perfetta per coltivare orchidee in salotto) e il Ministero della Salute ha timbrato il bollino rosso per il settimo giorno consecutivo. Dentro, al padiglione 7 del Policlinico San Martino, il principale ospedale della Liguria, qualcuno alle nove di mattina di domenica 29 giugno allunga una mano su un calorifero e scopre che lo Stato, finalmente, non bada a spese. I termosifoni sono accesi. Bollenti. In piena estate. In un reparto dove si curano malati.

Una scoperta che ridefinisce il concetto di “terapia d’urto”. Nelle stanze si respirava a fatica, ma pazienti e medici, poveri ingenui, attribuivano l’aria irrespirabile all’afa record che sta piegando l’Europa. Poi il gesto fantozziano: una mano appoggiata sul radiatore, forse per incredulità, forse per scommessa. Ed ecco la conferma: “Erano caldi”, ricostruisce a La Repubblica Federico Romeo, consigliere regionale del Partito Democratico, travolto da una valanga di messaggi di parenti disperati che chiedevano se l’ospedale si fosse trasferito a Sharm el-Sheikh.

“Non siamo su Scherzi a parte, ma è la realtà della sanità ligure”, ironizza amaro Romeo, dipingendo un quadro grottesco in cui la città cuoce all’esterno e l’ospedale si porta avanti con il riscaldamento invernale. Al padiglione 7, che ospita tra le altre cose la clinica diabetologica, i termosifoni andavano a pieno regime. E pare non fosse nemmeno un debutto: alcuni dipendenti avevano già notato che nei giorni precedenti in quel reparto l’atmosfera ricordava molto da vicino quella di un bagno turco.

La direzione del Policlinico, però, respinge l’accusa di aver trasformato le corsie in una succursale delle terme libiche e smentisce categoricamente. Dopo controlli durati tutta la mattina tra piani e centrali termiche, l’ospedale fa sapere che “le linee del riscaldamento sono correttamente inattive” e che i tecnici “escludono persino l’eventualità di trafilamenti”.

Ci troviamo davanti a un classico mistero della fede genovese. Da una parte ci sono i pazienti e i parenti che giurano di aver toccato con mano la ghisa bollente; dall’altra i computer della direzione che dicono che l’impianto è spento. Le cose sono due: o i degenti hanno sviluppato allucinazioni termiche di massa a causa dei colpi di calore, oppure i termosifoni del San Martino si accendono da soli per autocombustione politica.

In mezzo resta una città che boccheggia tra blackout elettrici sulla riviera e una sanità che, tra il razionamento dell’acqua a maggio e i caloriferi a giugno, sembra aver confuso il piano aziendale con il copione di una commedia dell’assurdo.