Calabria sommersa dal fango, il territorio crolla sotto le mareggiate

Il ciclone Harry ha travolto le regioni meridionali. Secondo gli esperti oltre 300 km di costa sono stati cancellati: Scomparsi gli ecosistemi dunali.

Il mese di gennaio si conclude con un bilancio drammatico per le regioni meridionali e le isole: le violente perturbazioni che hanno colpito i litorali tirrenici e ionici hanno lasciato dietro di sé devastazione, collegamenti interrotti e comunità isolate.

L’antropologo calabrese Mauro Francesco Minervino, riconosciuto per il suo attivismo nella difesa del patrimonio naturale, punta il dito contro un modello di sviluppo disastroso che ha plasmato questi territori negli ultimi decenni. Secondo lo studioso, il collasso delle infrastrutture, dalle barriere frangiflutti alle linee ferroviarie, è il risultato prevedibile di scelte urbanistiche scellerate: edificazioni abusive lungo la fascia costiera, strutture ricettive costruite troppo vicino al mare, insediamenti residenziali realizzati senza rispettare i vincoli paesaggistici.

Questo sfruttamento intensivo del litorale ha proceduto parallelamente all’abbandono delle zone montane, rimaste senza manutenzione e presidio del territorio. Le statistiche dell’Ispra dipingono un quadro allarmante per la Calabria: nell’arco di quattordici anni, quasi la metà dell’intera linea costiera ha subito trasformazioni irreversibili a causa dell’avanzamento del mare. Il territorio catanzarese registra i danni più estesi, mentre lungo il tratto tra Capo Vaticano e Tropea gli ambientalisti temono la cancellazione definitiva di alcune delle spiagge più rinomate.

Già vent’anni fa gli studiosi avevano documentato la progressiva sparizione dei sistemi dunali naturali, fondamentali per la protezione della costa, sacrificati all’espansione edilizia. Il problema è aggravato dall’impossibilità di rigenerazione naturale delle spiagge: i corsi d’acqua, prosciugati dalla siccità cronica e sfruttati per l’estrazione di materiali da costruzione, non trasportano più sedimenti verso il mare.

Di fronte a questa emergenza, la proposta degli ambientalisti è radicale: blocco totale delle nuove costruzioni, riconversione degli spazi litoranei con demolizione del cemento superfluo, restituzione di ampie porzioni di territorio alla vegetazione e alla fruizione collettiva, privilegiando la mobilità sostenibile.