Brutto e monotono, per di più nuoce alla salute

Il lavoro può essere causa di depressione, burnout e, nei casi più gravi, di morte. Per le aziende riduzione delle prestazioni, assenteismo e scarso coinvolgimento del dipendente.

Il lavoro, una condanna al patibolo. Qualsiasi occupazione è il focus delle società a capitalismo avanzato. E’ un insieme di relazioni professionali e organizzative, contrattualmente definite, che utilizzano manodopera per i processi produttivi. Non è solo attività economica ma un fenomeno che integra economia e società, strutturando la stratificazione, la mobilità sociale e il senso di sé. 

E’ un processo di produzione che non solo crea beni ma trasforma le relazioni sociali e gli individui stessi. D’altronde uno dei massimi teorici del settore, Luciano Gallino, definiva il lavoro “il principale fattore di identità sociale dell’individuo, e ciò che viene perduto in esso non può essere recuperato per altra via”.

Dunque se lo si ha si è, se non lo si ha non si è. Ha talmente permeato la vita degli individui che non se ne può fare a meno. Eppure la cronaca è ricca di casi di sfruttamento, condizioni di salute malsane, turni massacranti, molestie, morti. Situazioni che, oltre ad incidere sul lavoratore a causa di depressione, burnout e, nei casi più gravi, patologie cancerose, causa danni per l’azienda con riduzione delle prestazioni, assenteismo e scarso coinvolgimento del dipendente.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil), l’agenzia specializzata dell’ONU per la promozione della giustizia sociale e i diritti umani nel mondo del lavoro, ha effettuato uno studio secondo cui, annualmente, perdono la vita oltre 840 mila persone nell’ambito della propria occupazione. Gli effetti sulla salute mentale dei lavoratori producono disturbi cronici e invalidanti con gravi danni economici per le imprese.

Si stima di una contrazione dell’1,37% del Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale mentre in Europa e in Asia centrale dell’1,43%. Secondo l’OIL, in Europa, il 33% ha dichiarato di aver avuto problemi di salute mentale legati al lavoro, con una maggiore predilizione per il sesso femminile. Il fatto poi che venga bollata come un marchio infamante non agevola la prevenzione.

Solo da punto di vista meramente finanziario i costi sono superiori ai 100 miliardi di euro, che gravano per più dell’80% sulle aziende. Stride proprio dal punto di vista economico, visto le perdite, che gli imprenditori fanno poco o nulla per migliorare l’ambiente lavorativo. Il 60% dei lavoratori dei Paesi dell’Europa mediterranea pensa che dichiarare al management i propri problemi di salute mentale possa avere ripercussioni sul luogo di lavoro.

Monotonia e sfruttamento incidono sulla salute del lavoratore

Invece è emerso che l’80% dei lavoratori del Nord Europa hanno manifestato tranquillità nell’esprimere le proprie difficoltà all’azienda. Per l’ennesima volta i Paesi nordici dimostrano che, grazie ad un welfare efficiente, hanno un sistema più avanzato del resto d’Europa. Anche sulla tanto enfatizzata tecnologia e la possibilità di essere coinvolti nel processo produttivo c’è una netta divisione tra i lavoratori sul fatto che possa essere di ausilio o meno.

E’ emerso, inoltre, un aspetto indicativo. Ossia che la monotonia del lavoro, negli ultimi 30 anni, è passata dal 39% al 48%. La categoria “lavoro” vive una dicotomia naturale, insita nella sua struttura. Da un certo punto di vista è considerata un fattore di emancipazione e creatività umana, in grado di esprimere libertà, talento e fantasia.

Dall’altro fonte di sfruttamento, veicolo di patologie e, nei casi estremi, di morte. Negli ultimi tempi è quest’ultimo aspetto che ha preso il sopravvento.