Accessibilità digitale tra diritti e rischi nascosti

Il parere del Garante scuote il settore: inclusione e privacy al centro per evitare derive discriminatorie.

Roma – Per troppi anni l’accessibilità digitale è stata raccontata come una conquista, mentre in troppi casi è rimasta una messinscena. Siti, app e servizi online dichiarati “inclusivi” che, nei fatti, continuano a distinguere, esporre e perfino rendere riconoscibili gli utenti più fragili. È qui che cade la maschera dell’ipocrisia digitale.

Il parere favorevole espresso dal Garante per la protezione dei dati personali sullo schema di linee guida AgID attuative dell’articolo 21 del d.lgs. n. 82/2022 segna un passaggio che va ben oltre il piano tecnico. Dice una cosa semplicissima, ma devastante per chi continua a progettare male: non è accettabile che strumenti assistivi, configurazioni di accesso, software dedicati o modalità di utilizzo possano diventare indizi per desumere la condizione di disabilità di un utente.

Tradotto in modo brutale ma chiaro: se per accedere a un servizio devi essere riconosciuto come “diverso”, quel servizio non è davvero accessibile. È un sistema che ti fa entrare, ma intanto ti schedа. Ti apre la porta, ma ti mette addosso un’etichetta. E questo, in uno Stato civile, non è inclusione. È discriminazione digitale.

Il punto politico e culturale è tutto qui. L’accessibilità non può essere ridotta a una casella da spuntare, a una dichiarazione di conformità o a un obbligo da assolvere per evitare sanzioni. Quando un’app rende evidente l’uso di un lettore di schermo, quando un servizio consente a sistemi propri o di terze parti di tracciare strumenti assistivi o impostazioni che rivelano condizioni personali, siamo davanti a un fallimento gravissimo di progettazione e di visione.

Privacy e accessibilità devono nascere insieme, non rincorrersi dopo. Devono essere by design, cioè incorporate nel progetto fin dall’inizio. Perché la dignità delle persone non può dipendere da una patch, da una correzione tardiva o dalla buona volontà di chi sviluppa.

La verità è scomoda ma va detta: una parte del mondo pubblico e privato è arrivata tardi, male e senza autentica consapevolezza su questi temi. E oggi non ci sono più scuse. L’inclusione non è propaganda. La protezione dei dati sensibili non è un dettaglio. Chi progetta servizi digitali deve decidere da che parte stare: o dalla parte dei diritti, oppure dalla parte di un’innovazione vuota, fredda e profondamente ingiusta.

Perché un digitale che ti osserva mentre ti dichiara incluso non è progresso. È solo una forma più elegante di esclusione.