La Cina specula pure sui funerali

Neppure l’ultimo viaggio è più al riparo dal made in China: prezzi stracciati e il trucco dei cofani spediti smontati “in stile Ikea”.

Bruxelles – Neppure l’ultimo viaggio è più al riparo dal made in China. Dopo auto elettriche, pannelli solari e acciaio, la concorrenza a basso costo di Pechino ha raggiunto anche il settore che sembrava il più sicuro di tutti, quello funebre. I fabbricanti europei di bare, finora senza nemmeno una lobby che li rappresentasse, hanno deciso di fare fronte comune: si sono riuniti in una coalizione, hanno incontrato i funzionari della Commissione europea, compresi quelli della direzione Commercio, e stanno preparando una denuncia antidumping contro le importazioni cinesi. A raccontarlo è il quotidiano Politico.

I numeri disegnano un tracollo. Negli ultimi cinque anni circa un’azienda su quattro ha abbassato la saracinesca: i produttori europei sono scesi da circa 120 a 90, secondo Folco Ciulli, il consulente che coordina l’iniziativa. “Le realtà più piccole non hanno retto la concorrenza degli importatori extraeuropei”, spiega. E chi è sopravvissuto ha assorbito solo metà del lavoro delle fabbriche chiuse. Nel frattempo il valore delle bare in legno arrivate dalla Cina è quasi raddoppiato: da 16 milioni di euro nel 2022 a 28 milioni nel 2025.

Il cuore della questione è il prezzo. Secondo le stime dei produttori, una bara fabbricata in Cina costa circa un terzo di una equivalente italiana, anche a parità di legno. Gli eurodeputati di Fratelli d’Italia, in un’interrogazione al commissario al Commercio Maroš Šefčovič, avevano messo le cifre nero su bianco: 260 euro per produrla in Italia, 80 euro in Cina, con il prodotto finito rivenduto in Europa a 100-110 euro. Merito, accusano le aziende, di sussidi statali, agevolazioni fiscali sull’export, manodopera e legname a basso costo. E dei dazi americani, che avrebbero dirottato la produzione cinese verso il Vecchio Continente.

Nello stesso dossier gli eurodeputati hanno sollevato anche un allarme sanitario: alcuni cofani sarebbero trattati con vernici tossiche vietate nell’Ue, capaci di rilasciare sostanze nocive durante la cremazione.

Poi c’è il giallo dei conti che non tornano. Emiliano Inguscio, matematico ingaggiato dal settore, ha individuato in Italia uno scarto di circa 30mila bare l’anno tra quelle prodotte e importate e quelle effettivamente utilizzate. Da qui il sospetto della cosiddetta “scappatoia Ikea”: cofani spediti smontati, dichiarati in dogana come semplici pezzi di legno e riassemblati una volta arrivati. C’è anche chi ipotizza bare fatte passare come imballaggi per altre merci. La Commissione, però, ha già chiarito che un prodotto smontato può essere classificato come finito se ne conserva le caratteristiche essenziali.

Bruxelles non conferma gli incontri, definiti riservati, e ricorda di avere già in vigore oltre 200 misure contro il commercio sleale. Ma i prezzi bassi da soli non bastano: per ottenere i dazi antidumping, i produttori dovranno dimostrare che le bare cinesi vengono vendute sotto il loro valore normale e che proprio questo sta mettendo in ginocchio l’industria europea.