Che fine faranno paesi e frazioni?

Dal punto di vista politico non è stato fatto nulla di concreto. Anzi. Sono stati dismessi ospedali, scuole, banche ed altri servizi essenziali. Chi ha potuto è fuggito.

Il Belpaese è caratterizzato da un numero consistente di piccoli comuni, considerati tali in quanto hanno una popolazione inferiore a 5 mila abitanti. Secondo gli ultimi dati ISTAT sono 5.519, pari a circa il 69,91% del totale dei comuni italiani. La popolazione ivi residente è di circa 9.642.843, ossia il 16,36 della popolazione nazionale.

Le Regioni dotate di più comuni per numero assoluto sono: Piemonte e Lombardia. Mentre Valle d’Aosta e Molise sono le Regioni con la percentuale più alta di piccoli comuni sul totale regionale.

Negli ultimi decenni si è acceso un agguerrito dibattito sullo spopolamento di queste zone, un fenomeno strutturale e complesso, legato a un intreccio di fattori economici, sociali e demografici che penalizzano le aree interne e i borghi a favore dei grandi centri urbani.

Le cause principali riguardano: la mancanza di opportunità lavorative per cui, nei piccoli paesi, il mercato del lavoro è spesso limitato, legato a settori tradizionali (agricoltura, piccolo commercio) o privo di occupazioni qualificate e stabili. Questo fatto spinge i giovani, dopo gli studi, a trasferirsi nelle città o all’estero in cerca di un impiego. Poi c’è la carenza dei servizi essenziali e non solo.

Si registra una progressiva riduzione o chiusura di presidi fondamentali come scuole, ospedali e punti nascita, trasporti pubblici efficienti, sportelli bancari e connessioni internet veloci (digital divide); invecchiamento demografico e calo delle nascite

Alla partenza dei giovani si somma una popolazione residente mediamente molto anziana e un tasso di natalità in forte diminuzione, un circolo vizioso che riduce via via la base demografica per non parlare delle disparità storiche nello sviluppo.

Le politiche di investimento infrastrutturale e di pianificazione territoriale hanno storicamente favorito i grandi poli urbani e le fasce costiere, lasciando in secondo piano le aree montane, collinari e periferiche, considerate figlie di un dio minore; a parte i problemi idrogeologici e manutenzione.

Molti piccoli comuni si trovano in territori fragili dal punto di vista ambientale, soggetti a dissesto idrogeologico, spopolamento edilizio e alti costi di manutenzione del patrimonio abitativo e stradale. Di queste problematiche si discute da anni ma il risultato è prossimo allo zero.

Borghi e frazioni sono destinati alla distruzione?

Negli ultimi tempi sta suscitando molto interesse una tesi provocatoria sul destino dei piccoli borghi: e se invece di salvarli, li lasciassimo al loro destino perché è nella loro natura? C’è da registrare che in molti casi alcune realtà sono state utilizzate per costruire grandi alberghi o per trasformarli in location per set cinematografici o eventi speciali.

Ma di servizi per i cittadini del luogo nemmeno l’ombra. Inoltre domina la visione retorica e romantica del paesello che richiama all’età in cui si era bambini in cui il mondo era fantasticato. Forse è il rimpianto di un’epoca che è stata e non ci sarà mai più, non una vera conoscenza delle problematiche dei singoli paesi.

Infatti anche gli interventi del governo sul tema riguardano più l’aspetto edulcorato del fenomeno che la sostanza. Manca qualsiasi idea di come ripopolare questi luoghi, di proposte strutturali a favore della natalità, di progetti per il lavoro, di incentivi per attrarre le persone a traferirvici.

Abbondano, al contrario, risorse finanziarie per alberghi e turismo pensando a chi viene da fuori per qualche giorno ma non ai residenti. Il punto cruciale è la mancanza dei servizi essenziali (istruzione, sanità e mobilità) e il lavoro che latita.

Più che salvaguardare le comunità del luogo si pensa al “business” immediato. Poiché l’obiettivo primario è, essenzialmente, solo quello. Forse, provocatoriamente, sarebbe meglio accompagnare i piccoli paesi alla tomba.