Aver bisogno di sostegno non è solo accettare la mano dell’altro ma offrirgli la possibilità di collaborare. E di farlo nel migliore dei modi.
Uno dei tratti peculiari della società iper-tecnologica, enfatizzato dalla narrazione dominante, è l’individualismo. Ossia la possibilità, grazie alla tecnologia, di avere gli arnesi per essere indipendenti e fare tutto da soli, senza bisogno di aiuto alcuno.
Ma cosa succede quando questa caratteristica si incrina e chiedere aiuto diventa indispensabile? L’autosufficienza è una qualità importante, un’opzione tra le tante. Spesso, però, diventa viscerale, un modo per tutelarsi da esperienze negative vissute. La psicologia, il pronto soccorso del sapere, ci offre qualche risposta sul tema.
L’autosufficienza portata all’estremo si trasforma in un vulnus. Anche quando si avverte la necessita di chiedere aiuto non lo si fa perché si è intimamente persuasi di non poter fare affidamento su nessuno. In realtà la capacità di sopportare le avversità della vita significa saper collaborare con gli altri, farsi aiutare, prendere atto che le soluzioni possono essere diverse da come si era immaginato.
E’ proprio la corrispondenza tra la propria autodeterminazione e la richiesta di aiuto che crea un equilibrio. In caso contrario il risultato non può che essere la solitudine. Quando l’autosufficienza inizia a mostrare le prime crepe lo manifesta con un malessere fisico, perché si avverte la netta impressione che chiedere aiuto sia disonorevole, poco dignitoso.
Inoltre un’altra spia che si accende per segnalare che si sta andando in tilt è di voler fare tutto da soli, senza condivisione dei problemi. Scatta una sorta di mania. Chi è autosufficiente è portato a controllare tutto, a costo di non volere una distribuzione equa dei carichi delle incombenze, creando l’humus ideale per lo stress.
Un altro aspetto molto comune è diffidare del prossimo in quanto ci si crede indispensabili, per cui quel compito o viene svolto da sé stesso o da nessuno. Questo meccanismo ha un costo. Si avverte una stanchezza permanente.
Per forza: se ci si sente onniscienti, il corpo e la mente, alla lunga non reggono il ritmo. Una situazione di questo tipo causa stress continuo, incapacità a incaricare qualcuno di un compito, percezione di solitudine anche con altre persone.

Per quanto riguarda i rapporti interpersonali si innesca un meccanismo perverso: maggiormente si manifesta di voler fare tutto in autonomia, così diminuisce l’offerta di aiuto da parte degli altri. Se il messaggio ricevuto è di non aver bisogno di sostegno, la risposta non può che essere negativa.
Tutti hanno la sensazione che si è autonomi del tutto, in realtà l’attore in questione non si sente appoggiato da nessuno. Negli ultimi tempi le analisi psicologiche non mancano di offrire vademecum con istruzioni pronti all’uso. Come primo approccio è utile mettere in atto delle piccole esigenze.
Non in contesti complessi ma nella banalità quotidiana in cui ci si sente più tranquilli. A d esempio chiedere un consiglio, affidare ad un’altra persona una commissione da svolgere, rendere partecipe qualcuno del proprio problema, invece di rinchiudersi in sé stessi.
Spesso succede che la realtà è meno brutta di quanto si possa pensare. Bisogna mutare il proprio punto di vista. Aver bisogno di aiuto non è solo accettare la mano dell’altro, ma offrirgli la possibilità di collaborare. Offrire aiuto può essere un’occasione per manifestare affetto, crescita e confidenza.
Quasi un diritto per la disponibilità verso gli altri. Affidarsi ad altre persone non significa perdere il controllo di sé o la propria autonomia, vuol dire poter contare su qualcuno in caso di bisogno.
Siamo esseri umani, non si può fare tutto. Spesso ce lo dimentichiamo.


